Recensione su “Paolo VI. Il coraggio della modernità”
Titolo
Paolo VI. Il coraggio della modernità
Autore/i:
Adornato Giselda
EAN
9788821561788
Altri dati
368 pagine, pubblicato nel May 2008
Editore
San Paolo Edizioni
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Castel Gandolfo, 6 agosto 1978: papa Paolo VI muore alle 21.40, per edema polmonare. «C’era davvero bisogno, a trent’anni dalla morte, di una biografia come questa», scrive il card. Tettamanzi nella Presentazione (p. 10). Non che scarseggino le pubblicazioni di stampo biografico su Giovanni Battista Montini. Tuttavia forse mancava realmente il contributo “complessivo” e di agevole fruizione di una studiosa prudente, pronta ad ammettere che «il metodo strettamente scientifico imporrebbe di aspettare a compilare una biografia di Giovanni Battista Montini Paolo VI fino a quando tutte le fonti archivistiche vaticane siano note», ma altresì pronta ad affrontare la difficoltà per fornire uno strumento utile «ad una fascia di lettori non strettamente specialistica ma comunque avveduta e interessata» – e a sospendere sempre il giudizio in merito alle questioni «che attendono supporti archivistici appropriati» (p. 12).
L’autrice, del resto, può vantare una venticinquennale familiarità con l’oggetto del suo lavoro: una consuetudine acquisita attraverso lo studio dei documenti e l’avvicinamento dei testimoni coevi, ma soprattutto attraverso l’inventariazione dell’Archivio della segreteria dell’arcivescovo Montini (presso l’Archivio storico diocesano di Milano) e la collaborazione, come consultore storico, per la sua causa di beatificazione. Il risultato è una biografia attenta e misurata, rigorosamente basata sulle fonti disponibili e allergica ad ogni volo interpretativo non supportato dai documenti; una biografia, nonostante ciò, che non perde la propria (dichiarata) vocazione divulgativa, e che mira a restituire una «visione dell’esperienza montiniana “dall’interno”», assumendo a filo conduttore dell’azione e del pensiero di Montini «la sua spiritualità» – chiamata a confrontarsi, in una congiuntura storica di fondamentale importanza, ora con «il doveroso, continuo rinnovamento » della Chiesa, ora con «la continua evoluzione dell’uomo e del mondo» (pp. 12-13). La centralità del pontificato di Paolo VI «nella storia ecclesiale, ma anche civile, politica, culturale» del XX secolo è, infatti, innegabile (p. 9) – come innegabile è la complessità del panorama in cui si inserisce il suo magistero. Una breve, schematica ricognizione del volume della Adornato riuscirà forse a tracciare alcune caratteristiche di tale centralità/complessità, e aiuterà inoltre a chiarire il senso del sottotitolo («Il coraggio della modernità»), solo in apparenza azzardato e provocatorio. Come scrive in un appunto personale, Montini sceglie il nome di Paolo VI per devozione all’Apostolo «amoroso di Cristo» e per ammirazione «all’Apostolo missionario» (p. 82).
Amore e missione sono senza dubbio due dei grandi fili conduttori della sua vita, ed è innanzitutto sulla loro scorta che occorre leggere la vocazione montiniana al viaggio. Sin dagli anni della sua giovinezza, il futuro papa intraprende viaggi in diversi Paesi europei e non (p. 37): nel 1962 è «il primo cardinale europeo in visita al continente africano» (p. 73) e, diventato Paolo VI, abbatte ogni precedente barriera geografica tradizionale, recandosi in India, in America Latina, in Africa, in Australia, in Estremo Oriente... La sua formazione diplomatica lo agevola grandemente nel mettere a frutto simili viaggi: non per niente il card. Cicognani, nel 1972, parlerà a tal proposito di «ministero dell’incontro», sottolineando l’importanza del «contatto personale» per la risoluzione di spinose questioni religiose e politiche (p. 231). L’anelito missionario di Montini si fa forte della consapevolezza che «le vie del mondo sono aperte, anche logisticamente, al ministero del papa: questo è molto significativo ed importante, e forse, con l’andar del tempo, potrà produrre notevoli cambiamenti nell’esercizio pratico del suo ufficio apostolico » (pp. 203-204). Come nota l’autrice, «il pontificato di Giovanni Paolo II ha abituato il mondo all’uomo vestito di bianco che si muove nei luoghi più remoti e curiosi della terra», ma nel 1970 le riprese televisive di Paolo VI alle isole Samoa sono «una straordinaria novità» (p. 223). Viaggiare, per Montini, è inoltre un modo diretto ed efficace per rinvigorire il suo grande sforzo ecumenico, uno sforzo che ha radici lontane: già nel 1927 si mostrava convinto che, «anche staccati dalla roccia immobile e gloriosa della verità cattolica, gli eterodossi portano ancora un’indelebile traccia cristiana che li rende degni non solo del nostro amore, ma ancora della nostra venerazione». L’idea ecumenica di Montini-Paolo VI, del resto, si colloca nel solco della tradizione: «l’unità può essere raggiunta solo se ci sarà il ritorno dei separati alla comunione con Roma» (p. 43). La verità è una, e non è mai da mettere in discussione, eppure tale visione tradizionale si tinge spesso di una peculiare effusione del cuore. Nel 1949 Montini riconosce che «c’è un torto nel non saper far comprendere la verità, nel non renderla amabile» (p. 45), e da arcivescovo di Milano grida: «quanta pena, quanta attesa per chi ama i lontani come figli lontani! Perché questo fratello è lontano? Perché non è stato abbastanza amato. [...] Ebbene, se così è, fratelli lontani, perdonateci» (p. 68).
I frutti di questo atteggiamento, in campo ecumenico, saranno generosi con Paolo VI, e si sostanzieranno soprattutto in un significativo riavvicinamento con gli anglicani e con i patriarchi orientali – fermo restando che «il gesto ecumenico come atto d’amore» non esime, «ma presuppone l’incontrarsi nella “verità totale”» (p. 276), e che il papato rimane (il solo) «principio irrinunciabile di unità» (p. 179). La verità cattolica è condizione necessaria della retta unità della Chiesa. Un analogo principio è fatto valere da Paolo VI anche nel difficile cammino conciliare e post-conciliare, ereditato dal predecessore Giovanni XXIII. Il 29 settembre 1963, aprendo il secondo periodo del Concilio Ecumenico Vaticano II, il papa enuncia tra gli scopi fondamentali da raggiungere «il rinnovamento interiore della Chiesa stessa, senza rottura con le sue tradizioni» e «il dialogo con gli uomini contemporanei » (p. 99). Non c’è miglior modo di presentare lo spinoso ma centrale problema del confronto con la modernità: già negli anni ’20 Montini, distaccandosi «dall’intransigentismo antimoderno di larga parte del mondo cattolico», parlava di una “composizione” della modernità con «la tradizione viva e autentica» (p. 26), quest’ultima pur sempre pensata come saldo deposito di verità. Coerente con se stesso, Paolo VI crede dunque che «l’aggiornamento della Chiesa non implichi un cambiamento, ma un progresso; col progresso una stessa cosa si accresce, col cambiamento diventa un’altra» (p. 101).
Tale sarà la sua posizione durante il Concilio e anche successivamente, quando si tratterà di reagire agli «estremismi opposti» di chi «si appella alla tradizione per giustificare la propria disobbedienza al supremo Magistero e al Concilio Ecumenico», e di quanti invece «si sradicano dall’humus ecclesiale corrompendo la genuina dottrina della Chiesa»: due differenti forme di «soggettivismo» che Paolo VI stigmatizza con uguale fermezza (p. 278). La sua difesa del rinnovamento conciliare passa dunque per una contemporanea difesa della tradizione ecclesiastica: ribadisce che la Chiesa è monarchica e gerarchica (contro chi voleva mettere in dubbio il primato del pontefice); stabilisce che la libertà religiosa si ha solo nel «dovere della fedeltà alla verità», che è unica ed è custodita dalla santa Chiesa cattolica (p. 118); chiarisce che la riforma liturgica non muta “la sostanza” della Messa tradizionale, e ne sorveglia attentamente la corretta applicazione nei diversi Paesi – dato che il Concilio non è «l’occasione propizia per mettere in questione dogmi e leggi che la Chiesa ha iscritto nelle tavole della sua fedeltà a Cristo Signore» (p. 137). L’aggiornamento della Chiesa è necessario per mantenere aperta e viva la possibilità di dialogo con il mondo moderno, ma non implica il rifiuto del senso autentico della verità e della disciplina ecclesiastica. La stessa idea montiniana di “dialogo” è tradizionale: come spiega nel 1960, il dialogo «non deve terminare con una negazione, o un oblio della nostra verità, a profitto dell’errore, o della parziale verità che si voleva redimere» (p. 58).
L’aggiornamento in vista di un dialogo con il mondo moderno non significa dunque, per Paolo VI, “scendere a compromessi” con esso, ma piuttosto modificare tatticamente il proprio atteggiamento nei suoi confronti per poterlo più agevolmente “trarre dalla propria parte”. Montini è sempre stato un attento e interessato osservatore del progresso tecnologico, dal momento che «nessun campo dell’intelligenza umana, supremo dono di Dio, può essere estraneo alla Chiesa» (pp. 76-77), e ha professato instancabilmente “amore” per il proprio tempo e il proprio mondo – «nella lealtà e nella convinzione che Cristo è necessario e vero» (p. 83). È tuttavia conscio dei rischi del progresso e critico nei confronti di uno sviluppo dell’uomo che non sia “integrale”, ovvero anche e soprattutto “spirituale” (p. 56). In questa prospettiva vanno inquadrate le sue ferme posizioni sui temi del celibato ecclesiastico, dell’uso dei contraccettivi, del divorzio e dell’aborto: «la rinnovazione è, per molti riguardi, la più vera riforma, è quella che si compie negli animi più che nelle cose», dirà il 23 aprile 1966 durante la messa per il giubileo straordinario. La verità divina «non muta» (p. 192). In un’epoca storico-ecclesiale di transizione e cambiamento, nella quale gli scenari politici e sociali si fanno fragili e complessi come non mai, con una riforma della Chiesa da proseguire, portare a termine ed applicare, l’attitudine di Montini all’ “incontro” lo ha indubbiamente agevolato nell’apertura di un «varco culturale per la Chiesa nel raffronto con la modernità» (p. 295), ma non ha mai snaturato la sua coerenza di «promotore della verità» (p. 190) e il suo instancabile lavoro a tutela dell’unità della Chiesa.
Durante la “crisi” del ’68, prendendo a tema la contestazione, la secolarizzazione e la dissacrazione dilaganti, dirà ai Laureati cattolici: «non bisogna chiudere gli occhi alla realtà ideologica e sociale che ci avvolge; anzi faremo bene a guardarla in faccia con coraggiosa serenità» (p. 187). È questo il senso profondo del “coraggio della modernità” di un papa intimamente convinto che la stessa vita cristiana “esiga” coraggio, oltre che fedeltà, costanza e pazienza (p. 290). E c’è un coraggio nell’accettare la sfida e uno nel difendere la propria posizione, come c’è il coraggio di cambiare rotta e quello di rimanere fedeli alla tradizione. Per questo motivo risulta molto appropriata da parte dell’autrice la scelta del sottotitolo, commento all’intero volume e suggello di una biografia lucida, chiara, prudente, che non pretende di mettere punti fermi, ma si offre come strumento per chi, in futuro, potrà disporre dei documenti e delle fonti archivistiche oggi purtroppo non accessibili.
Tratto dalla rivista Humanitas 64 (4-5/2009) 834-838
(http://www.morcelliana.it/ita/MENU/Le_Riviste/Humanitas)

