Recensione su “Martin Lutero. Introduzione storica e teologica (BTC 135)”
Titolo
Martin Lutero. Introduzione storica e teologica (BTC 135)
Autore/i:
Pesch Otto Herman
EAN
9788839904355
Altri dati
496 pagine, pubblicato nel March 2007
Editore
Queriniana Edizioni
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Infatti queste quasi 500 pagine su Lutero hanno già una loro storia: il libro edito una prima volta ad Amburgo nel 1982, riedito a Monaco di Baviera nella Pentecoste 2004 in una riconoscente memoria di Heinrich Fries approda ora ad una accurata traduzione italiana arricchito di una indovinata e simpatica premessa, degna di segnalazione. Le pp. 15-22, che riportano tale premessa, iniziano con l’antico lusinghiero giudizio del censore veneziano per la stampa anonima in italiano nel sedicesimo secolo della «Spiegazione nella lingua volgare del Padre nostro» di Lutero, e concludono con il sogno e il desiderio di una nuova comunione tra la chiesa cattolica e le chiese della Riforma, perché per grazia di Dio il Vaticano II è realtà radicata nella storia della cattolicità.
Questa «guida a Lutero» offerta da Pesch anche in lingua italiana ha perciò la garanzia di più di quarantacinque anni di lavoro sulle fonti e sulla bibliografia specialistica, di cui il volume dà testimonianza nel poderoso indice bibliografico finale (pp. 413-468) e subito prima nelle undici «Questioni tecniche specialistiche» portate alla fine del volume per non appesantirne la lettura lineare già impegnativa (pp. 336-408). Il testo infatti si articola in sei capitoli introduttivi in cui lo studioso tedesco disegna la cornice e il quadro complessivo della figura e del pensiero di Lutero con la tesi di fondo della propria rilettura. Dal capitolo settimo al quindicesimo si puntualizzano uno ad uno i temi riformatori di Lutero su cui un confronto attento nel dialogo cattolico-luterano, qualora dimostrasse la loro «possibilità cattolica» (come Pesch tende a mostrare: cf. spec. p. 139), potrebbe riaprire il futuro trans Alpes. Il conclusivo capitolo sedicesimo fin dal titolo «Il nostro comune maestro» (affermazione del card. Willebrands del 1970) permette di trasformare il tentativo di rilettura di Pesch in un consiglio finale: leggere le opere di Lutero in modo preconfessionale e sovraconfessionale nella convinzione che «Lutero ha ancora molte cose da chiedere anche alla chiesa cattolica di oggi e ha ancora molto di utile da dirle» (pp. 18; cf. p. 334).
Avviciniamo un po’ di più il volume che si apre con una panoramica delle pubblicazioni apparse attorno al 1983, quinto centenario della nascita di Lutero. La tendenza a superare gli schemi interpretativi confessionali per Pesch mette in rilievo il fatto che Lutero si trovò ad affrontare questioni prima mai apparse: il riformatore si pose «in maniera esemplare il compito di pensare e di dire in maniera nuova il tutto del vangelo in seno a nuove condizioni di comprensione» (p. 39). Di fronte alle tesi di studiosi che attribuiscono al riformatore una volontà di rivolta politica o spirituale religiosa e teologica contro la chiesa, Pesch legge in Lutero una personalità religiosa integra e preoccupata per la chiesa, una personalità divenuta polemica solo dopo essere stata polemicamente attaccata. La «tesi provvisoria» del testo, ribadita poi più volte, afferma che «la teologia di Lutero rappresenta una fase nuova ed epocale nella storia della comprensione della fede» (p. 155): teologia che oggi darebbe luogo a un serrato confronto critico ma non provocherebbe più la scomunica (p. 58). Il punto di partenza della Riforma comunque per Lutero sta nell’aula universitaria, in una riforma degli studi che pone al centro la Scrittura riletta nel senso letterale con tutta la sua «chiarezza» e la sua carica esplosiva, partendo dalla Lettera ai Romani. Vi si tralascia il testo base delle Sententiae di Pier Lombardo e la tradizione scolastica anche tomista male interpretata da Gabriel Biel. Semmai la libreria di Lutero gli permette di «divorare» i testi di Agostino e di scoprire la mistica tedesca del domenicano Giovanni Taulero. Proprio in questi influssi trova le radici la svolta riformatrice riassunta da Lutero nella grande testimonianza del 1545 (riportata a p. 102): la svolta (Wende) non coincide con un evento puntuale ma matura in una successione di passi decisivi nei quattro anni dal 1519 al 1522 e trova il momento dirompente quando Lutero viene chiamato a rendere conto della «scoperta» biblica che Dio è incondizionatamente benigno verso l’uomo. Chiesa, sacramenti (specie la penitenza), indulgenze e poteri ministeriali non possono porre delle condizioni all’incondizionata misericordia di Dio e indurre il riformatore a far marcia indietro. Lutero da teologo ripropone l’eterno problema del «rapporto fra la teologia scientifica e la sua funzione critica, da un lato, e il ministero, la prassi e la vita ecclesiale dall’altro» (p. 124). Qui la svolta diventa passaggio dirompente alla riforma (reformatorischer Durchbruch): davanti all’intelligente e ben preparato cardinale Gaetano ad Augusta già nell’ottobre del 1518 Lutero è costretto a precisare le convinzioni riformatrici fondate sulla precedenza della parola di Dio udibile dalla Scrittura rispetto alla competenza interpretativa del Magistero ecclesiastico. Ma il cardinale non ha spazio di manovra: già tutto è deciso a Roma: a Lutero si chiede semplicemente una ritrattazione incondizionata e Lutero risponde: «Non voglio diventare un eretico ritrattando l’opinione mediante la quale sono diventato un cristiano» (cf. p. 125: il titolo del sesto capitolo). Il confronto si fa radicale e il «passaggio alla Riforma» si va delineando in maniera drammatica ben oltre le intenzioni.
Il settimo capitolo dà praticamente inizio a una seconda parte del volume: si passano in rassegna i vari temi luterani su cui un riesame dialogico attento e chiarificatore tra confessioni potrebbe almeno oggi riaprire il futuro; meritano un richiamo in brevi capoversi asciutti come un indice, senza ovviamente pretese di esplicazione esaustiva. Per Lutero la certezza della salvezza teologicamente s’identifica con la fede nella promessa di un Dio benigno e nell’azione salvifica di Cristo, fede che trova conferma nelle successive buone opere in grado di diventare quasi «sacramenti» confermativi della fede del cristiano. Oggi tra cattolici e luterani il problema nuovo che si incunea sposta l’accento sull’ateismo che chiede un confronto con il credente oltre le barriere confessionali: Dio è il problema, non il Dio benigno (p. 158).
Decisivo nel passaggio alla riforma fu per Lutero il rapporto Parola, fede, sacramento: nel 1500 il sacramento (specie la penitenza con le indulgenze) si prospetta facilmente come via di salvezza senza fede personale, in una caricatura semi-magica facile perché il popolo non capisce la lingua. Il Vaticano II (e prima i movimenti biblico e liturgico) avverte il deficit evangelico e cerca di superarlo perché anche e proprio il sacramento è Vangelo (p. 179).
La più superflua di tutte le controversie teologiche fu anche nel 1500 la contrapposizione tra la fede e le buone opere verso il prossimo, ma chiarire il grande equivoco non fu facile perché mancava la necessaria serenità. Nel rapporto fede e amore per Lutero la fides è tutto in quanto è forma caritatis: ma non ne era lontano neanche il medioevo ben capito perché la fides caritate formata è un tipo di conoscenza tutta speciale (p. 186): la fede è la forza di amare. Analogamente la precisazione sulla libertà del cristiano («libero signore sopra tutte le cose - e soggetto ad ognuno»: titolo del decimo capitolo) porta a vederla nella «libertà insuperabile di colui che si sa al sicuro nell’amore di Dio» (p. 213): il riconoscimento della nostra dipendenza da Dio fa parte dell’essenza della nostra fede, salvando la nostra responsabilità.
«Simul iustus et peccator» resta uno slogan particolarmente ostico fino all’assurdo per la sensibilità cattolica, mentre è formula prediletta da Lutero. Trento reagisce giustamente in base all’ontologia cattolica; ma il simul spiegato sulla linea delle relazioni personali rende pensabili simultanei peccato dell’uomo e grazia di Dio, il cui amore stabilisce di nuovo la relazione di amicizia nonostante e contro i peccati umani (cf. p. 231). Nello spazio e nell’esperienza della preghiera da sempre l’antropologia pessimistica viene accettata anche dai santi cattolici con la confessione di fede della propria peccaminosità.
La chiesa e il suo ministero è il tema dolente nel dialogo pratico ancor oggi. Nel 1500 chiesa indicava una realtà pervasiva in tutti i campi: Lutero la ripensa «creatura della Parola» (è il titolo del capitolo 12) e assemblea e popolo di Dio nella Confessio augustana del 1530, non primariamente istituzione. Eppure il ministero messo da Lutero al quinto posto tra i distintivi della chiesa, può trovare nel Vaticano II luminosi accostamenti nel contesto del popolo di Dio e nel ministero della parola, mentre noccioli duri restano i poteri dei vescovi e la casella vuota del papa per un ministero universale dell’unità. Eppure «dobbiamo aver il coraggio di leggere Lutero in maniera preconfessionale anche a proposito della questione ‘chiesa’… di inserire costruttivamente le sue idee nel dialogo ecclesiologico odierno» (p. 270).
Collegata con la chiesa è la dottrina dei due Regni indicante una rete di distinzioni farraginose: teologicamente si distinguono i due modi di governare di Dio verso il mondo (spirituale e secolare) e canonicamente segnalano una distinzione netta di campo: la Chiesa ha il compito della predicazione del Vangelo per l’assemblea dei credenti. Risulta chiaro che il discorso della montagna non appartiene alle cancellerie dei principi, come la legge non fa parte della predicazione del Van-gelo. Probabilmente quattro secoli fa, in veste di esegeta, Lutero peccò di ingenuità avendo fortunatamente come suo sovrano territoriale Federico il Saggio. Distinguere i due regni senza separarli diventa indicazione successiva: con l’avvento della democrazia «come dato di fatto oggi la chiesa e lo stato sono di fatto radicalmente separati anche negli ex paesi ‘cristiani’» e la dottrina luterana è da lungo tempo dottrina cattolica anche come compito per una necessaria competenza da acquisire (cf. p. 287).
Un richiamo salutare all’ordine del giorno per l’attuale teologia sta nel titolo del capitolo 14: «Il nostro bene è nascosto», il nostro Dio è invisibile nella sua azione nel mondo, anzi si propone sub contrario nella croce di Cristo. Su tale tema Lutero presagisce l’esperienza moderna dell’assenza di Dio e della croce di Cristo come stoltezza e scandalo. Eppure è proprio Cristo «lo specchio del cuore paterno» (p. 300) manifestante le vere intenzioni di Dio verso gli uomini, anche se nessuno di noi può mettere la mano sul fuoco nella propria predestinazione: ma Christum conoscere est beneficia eius conoscere e l’essenza propria di Dio come essa si è rivelata in Cristo è «solamente grazia e amore» (p. 310).
Ultimo tema, ricapitolativo, la dottrina della giustificazione: «l’uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge… su questo articolo non si può cedere o fare concessioni, neppure se dovessero cadere il cielo e la terra» (p. 315). In tale articolo tutto è legato: parola, fede, sacramento, opere, libertà e responsabilità verso il mondo; ma «il contenuto supremo è il discorso su Gesú Cristo come colui attraverso la cui vita, morte e risurrezione Dio ci redime e ci rende incondizionatamente giusti per pura grazia» (p. 316). Ripensando la realtà come relatio, oltre la metafisica di origine greca, si può scoprire «nel detto il non detto» e approdare al «consenso differenziato» sulla Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione del 31 ottobre 1999: le differenze confessionali sono sopportabili, non possono di per sé sole impedire la comunione ecclesiale; e si va avanti nell’approfondire la concezione della chiesa, dei sacramenti, del ministero (p. 322).
Si può perciò concludere con il card. Willebrands dando a Lutero il titolo di «nostro comune dottore» incentrandoci sul fatto che Dio deve rimanere sempre il Signore. Il ripasso dei temi fondamentali permette di intuire un comune maestro anche per affrontare teologicamente la modernità: a patto di leggere Lutero in modo preconfessionale e sovraconfessionale cominciando dalle opere più semplici come il Piccolo Catechismo e La libertà del cristiano in modo da capire le condizioni ecclesiali del 1500 e apprezzare le espressioni luterane di profonda sofferenza per la chiesa.
Pur tralasciando le questioni tecniche specialistiche (pregevoli, comprese le pp. 402-408 sulla Dichiarazione congiunta), alcune telegrafiche righe di apprezzamento vanno aggiunte a questa lunga enumerazione. L’apprezzamento fondamentale va al tipo di teologia offerta da O.H. Pesch, per nulla irenica a tutti i costi, piuttosto rispettosa delle testimonianze scritte e profondamente radicata nella storia, i cui condizionamenti si rivelano spesso decisivi nel pilotare la riflessione e le prese di posizione anche degli uomini più dotati. Una seconda preziosa caratteristica della fatica di Pesch sta nell’aprire alla speranza e al futuro in tutto il tessuto della sua lettura, che permette di intuire anche in un «avversario» una ricchezza di proposta che scolla schemi interpretativi assodati e stimola il lettore ad allargare l’orizzonte. Alla fine non restano solo sogni e desideri, come la proposta di una lapide presso l’altare della chiesa romana degli agostiniani in Piazza del popolo dove nel 1510 Lutero celebrò ogni giorno la messa durante la sua permanenza nella città eterna. La storia della chiesa ci offre anche utili analogie per un «consenso differenziato»: è certamente indovinato il modello quasi fotocopia suggerito a p. 334, la vicenda dell’intelligente metropolita Cesario di Arles e del saggio comportamento del papa per «salvare» Agostino come dottore della Chiesa nel duro confronto con i vescovi antiagostiniani della Provenza nel 529. Per proseguire il cammino di comunione tra le chiese le sfumature del pensiero e le attenuazioni delle formule possono rivelarsi preziose in certi momenti per smorzare la polemica e far emergere tutta la verità asserita assieme alla carità fraterna desiderata. Il clima sereno europeo che mancò nelle vicende del 1500 potrebbe realizzarsi nei nostri decenni, anche se «il dialogo ecumenico non ha più attualmente il vento in poppa come nei primi tempi dopo il concilio Vaticano II» (p. 19). I corsi e ricorsi della storia non li racconta solo G.B. Vico: li segnala anche la speranza cristiana che invoca con fede la luce dello Spirito. Libri come le 500 pagine di O.H. Pesch aiutano tale speranza e anche per questo meritano un grazie.
Tratto dalla rivista "Studia Patavina" 2007, nr. 3
(http://www.fttr.glauco.it/pls/fttr/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=271)

