Citazione spirituale

L'arte di negoziare con i figli

-

Dal genitore «bancomat» al genitore competente

 
di

Giuseppe Maiolo, Giuliana Franchini

 


Copertina di 'L'arte di negoziare con i figli'
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Disponibile in 3/4 giorni lavorativi
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Descrizione
Tipo Libro Titolo L'arte di negoziare con i figli - Dal genitore «bancomat» al genitore competente Autori Editore Centro Studi Erickson EAN 9788859008828 Pagine 180 Data ottobre 2015 Collana Capire con il cuore
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useppe Maiolo e Giuliana Franchini




L'arte di negoziare
con i figli
Dal genitore «bancomat»
al genitore competente




Erickson
Indice




Presentazione 9

Capitolo primo
La famiglia 13
' Questa casa è un albergo ' Un'improbabile cena
' Famiglia e famiglie
' Le famiglie che ci ritroviamo
' I «nuovi» genitori
' Tipologie di genitori
' Madri che corrono con i figli
' Padri «bancomat»
' Figli con la valigia
' Una generazione digitale
' Genitori 2.0
Capitolo secondo
Educare 53
' Questa casa è un albergo ' Qui non c'è nessuno!
' Le sfide dell'educazione
' L'educazione al tempo dei social network
' La mala educación
' Il valore dei conflitti
' Serve davvero il «no» per crescere'
' Ci vuole orecchio!
' Resistere, resistere, resistere!
' Gli stili educativi
' Educare con la «C»
Capitolo terzo
Negoziare 87
' Questa casa è un albergo ' Una tazza di latte
' Scontrarsi fa bene!
' Quale stile per i conflitti'
' Saper comunicare
' Mettersi nelle sue scarpe
' Comandare, discutere o disciplinare'
' Mediare, trattare, negoziare
' Il buon negoziatore
' La negoziazione con i figli
Capitolo quarto
Come fare un negoziato 123
' Questa casa è un albergo ' La valchiria
' La pianificazione
' I passi da compiere
' Dire (e non dire)
' Fare (e non fare)
' Provare (ed evitare)
' Il contratto
' Regole per le regole
Bibliografia 153

Appendice
Attività per acquisire le abilità della negoziazione 159
Il contratto di negoziazione 167
Questionario 1: Che genitore sei' 169
Questionario 2: Come affronti i conflitti' 175
Consigli per approfondire le tematiche 177
Capitolo primo
La famiglia




Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro,
ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.




'
(Lev Tolstoj)




QUESTA CASA È UN ALBERGO
Un'improbabile cena

A guardarlo bene potevi dire che quel giorno Andrea era
contento. Lui che di solito non sembrava mai avere emozioni,
dedito come era al suo lavoro e preso dai suoi pensieri.
Eppure in un pomeriggio di maggio, uno di quei giorni
in cui tutto ti sembra nuovo perché finalmente è esplosa una
primavera tardiva, mio padre aveva deciso di prendersi il
tempo per una passeggiata. O meglio nelle sue intenzioni vi
era l'idea di fare una sorpresa. A chi' A noi che non siamo
abituati alle sue novità.
A casa nessuno, infatti, poteva immaginare che a mio papà
fosse venuto in mente di anticipare l'uscita dall'ufficio e arrivare
a casa prima di cena. Molto prima. Io non c'ero perché ero a
danza classica e nemmeno gli altri. Solo mia madre, Marina,


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che aveva preso un giorno libero era alla sua scrivania strapiena
di carte ma stava anche preparando qualcosa per un'improba-
bile cena di famiglia.
Quando mio padre ar-
riva al portone di casa non
apre con le chiavi ma suona
per farsi annunciare e per
sottolineare la novità. Nes-
suno gli apre.
Riprova facendo due forti
squilli, ma niente, come se
nessuno fosse in casa. Guarda
in alto, verso la finestra del
quinto piano per vedere se
Marina o Sophie si affac-
ciano, ma nulla. Allora apre
e sale con l'ascensore. Una
volta arrivato ha ancora l'idea che qualcuno si sorprenda e
vedendolo entrare gli dica: «Ma dai, sei già qui' Come mai'
Che bello vederti arrivare a quest'ora'» o cose del genere.
Invece entra quatto quatto e con voce solenne dal corridoio
esclama forte: «Sorpresa!».
Ci vuole un attimo perché mia madre risponda con tono
secco dalla cucina in fondo al corridoio: «Se le sorprese ti sor-
prendono troppo, sono traumi. Meglio evitarle!».
I due si scontrano spesso. Si attaccano a vicenda. Sono in-
sieme da tanti anni ormai e alle volte sembra non si sopportino
più. Ma io so che si vogliono bene.
Sophie insiste sul fatto che dovrebbero trovare una soluzio-
ne, un accordo per vivere meglio un po' tutti. La sua amica
un giorno le ha detto che suo padre poteva avere un'amante e



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Sophie si è offesa. «Tutti i maschi hanno un'amante, non lo
sai'» aggiunge Silvia, con sicurezza. Ma Sophie, che adora mio
padre, non ci può credere e la liquida con
una parolaccia.
«Ehi di casa! Nessuno qui'» dice mio
padre facendo finta di non aver sentito la
frase al veleno.
Ha ancora sul viso un segno di attesa
che piano piano si trasforma in una smorfia
di delusione.
«Sì ci sono, ci sono'» sibila mia madre
che dai rumori sembra sia alle prese con la
cena. A lei non piace cucinare. Lo fa per
dovere e preferirebbe che di sera ci fosse un
pasto veloce, magari un piatto freddo. Ma
se per noi la cosa potrebbe essere possibile,
per il papi, no.
Sa che gli piace trovare qualcosa di caldo.
«Ah ci sei'! Ti pensavo fuori!» dice lui con tono meravigliato
e aggiunge «Ma come, il campanello non funziona oggi'».
«No!» risponde lei laconica.
«Come' Non funziona' Mi sembrava che avesse suonato'»
«Sì, sì funziona, dicevo no che non ero fuori'»
«Ma allora ha suonato'»
«Sì certo!» risponde seccata.
«Vuoi dire che l'hai sentito e non hai aperto'» cominciando
ad alzare la voce.
«No» urla lei uscendo dalla cucina.
«Fammi capire, io suono, tu senti e non apri' Vorrei tanto
capire perché'»
«Perché non ti aspettavo. Non sei mai arrivato così presto'
e poi perché hai le chiavi!»



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«Il tuo discorso non fa una piega. Come al solito sono io
che sbaglio. Sbaglio a pensare di farti una sorpresa, sbaglio
a organizzarmi per tornare a casa presto e immaginare una
serata tutti insieme al ristorante, sbaglio' sbaglio' sbaglio
anche a stare qui!»
«Puoi andartene se vuoi. Nessuno ti trattiene.» So che
avrebbe voglia di imprecare mio padre, ma allarga le braccia
in segno di resa.
Questa è la mia famiglia. Una famiglia come tante altre:
cinque persone che vivono insieme, tre fratelli con i nomi
francesi, perché mio padre adora la Francia, che si incontrano,
vanno e vengono, si scontrano, urlano, litigano, ma poi tutto
torna come prima. A volte in casa c'è un gran casi'! (Ah, mia
madre non vuole che si dicano le parolacce anche se lei quando
urla con mio padre le dice!), oppure c'è silenzio perché siamo
tutti via e la nonna, quando viene a stare da noi per qualche
giorno, ce lo dice sempre: «Voi non avete le mezze misure! Qui o
si urla o si tace. Ma perché non imparate a parlare sottovoce'».
'
Il guaio è che ce lo dice urlando perché è un po' sorda, anche
se non lo ammette.


Famiglia e famiglie

C'era una volta la famiglia' Non è l'inizio di una fiaba e
nemmeno la nostalgia di un tempo perduto. È semplicemente
una realtà oggettiva: la famiglia negli ultimi trent'anni è tal-
mente cambiata che oggi è difficile parlare di un solo modello
di famiglia. Diverse sono le tipologie e molteplici le «formule»
e le articolazioni secondo cui si coniuga ai nostri giorni il fare
famiglia e la convivenza dei membri, consanguinei e non, uniti
o meno da vincoli formali.


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Articolata e organizzata secondo le esigenze degli individui
che la compongono, la famiglia anche oggi rimane «il nucleo
naturale fondamentale della società» come recita l'art. 163
della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Potremmo
definirla con questa formula:
Un sistema di relazioni affettive presenti in ogni cul-
tura, in cui l'essere umano permane per lungo tempo, e
non un tempo qualsiasi della sua vita, ma quello costituito
dalle fasi evolutive cruciali.
Una volta, e per la verità fino a pochi anni fa, il modello
prevalente era quello patriarcale derivato in larga misura dall'an-
tica famiglia ebraica e romana. L'etimologia della parola rimanda
al latino familia, il cui significato letterale è quello di un insieme
di famuli, cioè membri di un gruppo che hanno un rapporto
di dipendenza con il capo famiglia. Come tale, questo modello
familiare, caratterizzato dalla preminenza dell'uomo più anziano
come autorità, è rimasto pressoché immutato nei secoli.
Secondo quel modello, moglie e figli erano assoggettati
al volere del «capo» o «patriarca» dal quale però dipendevano
anche gli altri conviventi (nipoti, generi, nuore, ecc.).
Strettamente legata al mondo contadino e all'economia
rurale, la famiglia comprendeva la presenza sotto lo stesso tetto
di più soggetti e più generazioni e da questa composizione deriva
anche il termine di famiglia allargata. Composta solitamente da
numerosi figli, la famiglia patriarcale si sosteneva con il lavoro di
tutti e in particolare dei figli maschi, i quali, una volta sposati,
restavano in casa con la moglie e i figli, mentre le femmine,
dopo il matrimonio, andavano a vivere nella casa del marito.
Con l'avvento della modernizzazione nel mondo occi-
dentale e lo sviluppo di una società sempre più complessa, in
particolare dopo la seconda guerra mondiale, dalla famiglia
«larga» si passa a un tipo di famiglia che potremmo definire
«stretta» o per meglio dire nucleare.


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È la famiglia moderna, quella composta da una coppia di
genitori e da pochi figli, dove i membri uniti da vincoli affettivi
vedono ancora come capofamiglia la figura maschile che lavora
all'esterno e la moglie, casalinga, che si occupa dell'allevamen-
to dei figli e della loro istruzione. L'omologazione culturale,
prodotta negli anni Sessanta-Settanta dalla diffusione della
televisione, promuove numerosi cambiamenti e rivendicazioni
anche all'interno della famiglia, come quella del riconoscimento
della parità dei diritti tra uomo e donna. Il lento processo di
emancipazione femminile, che ha visto la donna entrare atti-
vamente nel mondo del lavoro e dividere il suo tempo e le sue
risorse tra la famiglia e la carriera professionale, ha introdotto
nella famiglia elementi di grande rinnovamento. In Italia un
momento significativo di trasformazione fu certamente, nel
1970, il referendum sul divorzio che, di fatto, ha dato origine
ad altre forme di unione.
Così, oggi, le mutazioni della struttura familiare sono
talmente tante che accanto alla famiglia tradizionale quella
composta da due genitori e spesso solo da uno o due figli, si
parla della famiglia allargata cioè quella dei genitori separati in
cui i figli si trovano a confrontarsi con nuovi parenti e nuovi
fratelli. Ma vi è pure in forma sempre crescente la famiglia corta
cioè monoparentale che per motivi diversi (il divorzio o la morte
di un genitore) è costituita solamente dal padre o dalla madre
con il figlio. Poi indichiamo come famiglia di fatto quella la cui
convivenza non è determinata da vincoli matrimoniali e dove
la legislazione italiana pur riconoscendo i diritti dei figli non
offre ancora tutele ai partner. Infine, da qualche tempo si parla
di famiglie arcobaleno che, composte da coppie omosessuali,
hanno figli nati da precedenti relazioni eterosessuali, o hanno
assunto la genitorialità secondo diverse modalità, ma che soprat-
tutto hanno scelto di fondare una famiglia sulla responsabilità
condivisa, l'amore e il rispetto reciproco.


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Qualunque sia la struttura di famiglia in cui si vive, rico-
nosciuta legalmente o meno, le relazioni sono fondamentali per
la crescita degli individui che la compongono e in particolare
per i figli. È il modo con cui queste si sviluppano che produce
benessere o disagio. Sono pertanto le interazioni positive tra i
membri o i conflitti irrisolti, evitati o negati che fanno crescere
o bloccano. Ed è per questo che il presente lavoro si concentra
non solo sulla necessità di riflettere sugli aspetti problematici
delle nostre interazioni familiari ma anche conoscere e appro-
priarsi di strumenti, come la negoziazione, utili ad attraversare
le conflittualità e superarle.


Le famiglie che ci ritroviamo

A prescindere dalle varie ragioni che spingono oggi gli
individui a fare famiglia, dal punto di vista non tanto del mo-
dello quanto della forma relazionale che unisce i suoi membri e
dell'azione educativa che questa compie, ci ritroviamo di fronte
a varie tipologie di famiglia.
Difficile rendere conto di tutte, ma, con uno sforzo e con
l'esperienza professionale di molti anni di lavoro con le famiglie
in crisi, con i genitori in difficoltà nella loro funzione educativa
o con le coppie in conflitto, possiamo cercare di sintetizzare
le caratteristiche di alcune e dal nostro punto di vista le più
significative.
Va da sé che non si tratta di fare un «catalogo» delle varie
forme di famiglia, quanto cercare di descrivere in sintesi alcu-
ne caratteristiche tipiche dei rapporti familiari, sia all'interno
sia verso l'esterno, per osservare quali ricadute hanno queste
relazioni sui vari membri e in particolare sui figli.
A nostro modo di vedere, le principali tipologie di strutture
familiari possono essere le seguenti.


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Capitolo secondo
Educare




L'educazione non è il rispetto delle regole,
ma il rispetto degli uomini.




'
(Ermanno Olmi)



QUESTA CASA È UN ALBERGO
Qui non c'è nessuno!

Quando in casa l'aria gira a quel modo, il papi rinuncia
a discutere. Si è ripromesso di non fare storie con mia madre,
e ogni volta che sono sul punto di litigare lui cambia discorso
perché non gli piace lo scontro: «Tutto bene al lavoro, amore'»
«Sì!»
«Novità'»
«Nessuna.»
«E i ragazzi'»
«Fuori!»
«Pronta la cena'» con un fil di voce.
«No!»
«E che si mangia di buono stasera, che si mangia'»
«Aspetta e lo saprai!» secca.


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«Vuoi una mano'» decisamente poco convinto.
«No, per carità! Continua pure a giocare con il tuo aggeg-
gio!»
Perché il papi è un patito del suo smartphone, non si stacca
mai, è sempre collegato, ha una quantità di App che, dice,
gli servono per lavoro. Mamma ripete di lasciarlo stare, mica
per non disturbarlo, ma perché lui non c'è' È dentro il suo
cellullare e non ascolta nessuno quando smanetta.
Per la verità lui è molto severo quando si tratta dei nostri
telefonini e non vuole che li usiamo continuamente. Allora sì
che urla soprattutto con mio fratello Philip e gli rimprovera
le continue chiamate con WhatsApp. Io non ho il telefonino
perché dicono che a sei anni sono troppo piccola per avere un
cellulare e che me lo daranno fra qualche tempo, quando ne
avrò davvero bisogno e lo saprò usare. Boh'!
Sophie ai suoi 18 anni, compiuti qualche mese fa, ha
ricevuto un mega smartphone da papà e lei mi ha dato il suo
vecchio. Ma loro non lo sanno. Nonna mi ha regalato una
scheda per certi piaceri che le ho fatto.
«Allora che se ne sa di Sophie'» riprende mio padre spegnen-
do il telefono per evitare storie e catastrofi planetarie.
«Niente» dice lei mentre va e viene dalla cucina con il passo
da guardia russa davanti al Cremlino.
«Amore, ma sei di poche parole stasera'»
«Cosa vuoi, un comizio o una conferenza sul sistema solare'»
«Allora o sei stanca o hai litigato con i tuoi collaboratori.»
Il papà sa che dirigere una scuola con 600 studenti e più di
50 insegnanti non è una cosa semplice.
«Ti capisco, sai! Il tuo è un lavoro difficile' Mettere tutti
d'accordo' insegnanti e genitori' risolvere ogni giorno i
problemi di tutti'»


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«Tu non capisci un bel niente!»
«Allora è il nostro anniversario e sei nervosa perché non me
lo sono ricordato'»
«Siamo in primavera e noi ci siamo sposati in pieno inverno!
Ma dov'eri' E chi ho sposato io'»
«Ho capito' stasera non è serata. Dovevo dire subito
entrando: «Andiamo tutti a cena fuori!'»
«Ma tutti chi' Ma di chi parli' Qui non c'è nessuno, non
te ne sei accorto' Ci sei o sei ancora connesso'»
Io so che il papi in queste situazioni non sa da che parte
girarsi. Perché, lui dice sempre, si sente come un elefante in un
negozio di cristalli: come si muove fa un disastro! Allora tenta
di alzare la voce e assecondare mia madre:
«Di Sophie non si sa nulla, di tuo figlio neanche l'ombra,
Nicole magari sta a dormire da Gaia' insomma... Questa
casa è un albergo!»
«Sì!»
'
Le sfide dell'educazione

Educare è sempre stato un impegno ma oggi è una funzio-
ne complessa. Il mestiere dell'educatore può apparire difficile
come del resto ogni attività che attraversa più piani e si pone
come obiettivo lo sviluppo dell'individuo. E per educazione
dobbiamo intendere tutto quello che riusciamo a far emergere
e venire fuori da dentro, non quello che mettiamo.
Educare è un verbo che ha origine latina, ex-ducere, e signi-
fica condurre fuori, guidare verso l'esterno. Sembra adatto per
descrivere il lavoro artistico, quello che consente di produrre
un'opera d'arte, magari una scultura. In effetti scolpire significa


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liberare una forma che già esiste, farla emergere dalla materia,
permettere di prendere luce, forma, volume. Educare è come fare
una scultura cioè un'opera d'arte che prevede il modellamento
ma soprattutto la capacità di far venire fuori dal legno o dal
marmo un progetto, un'idea, una forma che abbiamo dentro
e dare massa a un sogno che ci accompagna. La realizzazione è
affidata a quello che noi come educatori siamo in grado di fare
ma pure da quanto ci facciamo guidare dal sogno. L'opera che
ne esce è il risultato della liberazione delle forme dalla massa.
Lo scultore non fa che questo: lascia emergere a prescindere
dalle sue aspettative. Non ci mette nulla, non aggiunge niente
nello scolpire un blocco di marmo. Toglie, elimina il superfluo,
libera e porta alla luce quello che non si vede. Ecco il lavoro
dell'educatore!
L'Accademia Americana di Pediatria (AAP, 2007) in un
documento sostiene che:
I genitori, in realtà, non possono determinare la riuscita
dei loro bambini. Inevitabilmente, i bambini affermano la
loro autonomia creandosi una propria nicchia separata dai
loro genitori. Nello stesso tempo, molti fattori esterni, sia
alla famiglia sia ai bambini, possono influenzare il modo
in cui questi ultimi si sviluppano.

Insomma nell'educazione non mettiamo dentro nulla ma
facciamo venir fuori l'umano. Per questo sosteniamo che educare
sia un'arte fatta di buone prassi da conoscere e sviluppare, di cre-
atività, di tecniche da utilizzare al momento giusto e inventiva,
di conoscenze sulla crescita e lo sviluppo psicofisico dei figli e
di amorevolezza, di attenzione agli aspetti cognitivi ma anche a
quelli emotivi. Un'arte in quanto assomiglia tanto a quello che
fa il pittore quando dipingendo una tela si serve di una vario-
pinta tavolozza di colori che devono essere mescolati insieme.
L'arte è quella di essere autori di un progetto dove l'educatore


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usa teoria e pratica quotidiana con l'obiettivo di promuovere
lo sviluppo armonico di un bambino, favorire il processo di
individuazione che è crescita dell'autonomia e della capacità di
compiere scelte assumendosi le responsabilità del caso.
Significa, in particolare nell'adolescenza, sostenere il su-
peramento della dipendenza infantile e permettere che i figli si
sgancino dalla famiglia e prendano il largo o sappiano volare.
Ma soprattutto educare oggi è diventata una sfida che ge-
nitori e educatori devono poter cogliere se vogliono far crescere
i figli capaci di autoregolarsi e di relazionarsi con gli altri. In un
tempo in cui mancano certezze assolute dobbiamo imparare a
navigare a vista anche se questo non significa andare senza una
rotta. Il viaggio che i figli devono compiere è più complicato
anche se ricco di opportunità.
Diversamente da un tempo quando tutto si ripeteva più o
meno allo stesso modo e i figli ripercorrevano la strada dei padri,
apprendevano da loro un mestiere o portavano avanti la storia
della famiglia, oggi tutto cambia e si trasforma in modo rapido.
Mille sono le opportunità di sviluppo e infiniti i percorsi
che si possono intraprendere. Le conoscenze e le competenze
tecniche che i giovani acquisiscono, non tanto dalla scuola,
quanto dalle altre fonti di formazione e informazione sono no-
tevolmente maggiori oggi che ieri. Eppure è elevato il rischio di
sostare troppo a lungo nei luoghi paludosi di una realtà sociale
che poco aiuta a fare progetti e a tentare di realizzarli. Questa
sosta infinita può essere malarica.
È compito dell'educatore fare in modo che i giovani siano
meno inchiodati al presente. È un'altra sfida quella dell'edu-
catore che deve far credere nel futuro, e aiutare a rimettere in
moto i sogni, i desideri di cambiamento e di rinnovamento.
Life is now, recitava un tormentone di qualche tempo fa di un
famoso operatore della comunicazione. Coglieva nel segno
perché fotografava quello che ora fanno i ragazzi: non vedono


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oltre il presente perché nella vita conta solo l'istante in cui vivi.
Nient'altro! E sono catturati dai bisogni per lo più indotti dalla
società dei consumi. Allora l'educazione ha la necessità di essere
quell'intervento che aiuta a uscire dalle acque stagnanti della
noia e dà impulso alla creatività.
Creatività che non è solo una questione di pensiero laterale
di cui ha parlato ampiamente lo psicologo Edward De Bono
(2000), ma, anche e soprattutto, saper usare l'intelligenza
emotiva (Goleman, 1994), ovvero la capacità di utilizzare le
proprie emozioni, saperle gestire e prima ancora conoscerle
perché si sono sperimentate ed è stato possibile viverle. Per-
ché si tratta proprio di educare all'ascolto di sé, del proprio
mondo interiore, dei propri sentimenti. Non vi può essere
sviluppo della mente senza lo sviluppo del cuore. Dato che la
creatività non si insegna, ma si educa allo sviluppo creativo, è
fondamentale inserire nel progetto educativo questo aspetto,
a maggior ragione oggi che vi è un diffuso analfabetismo delle
emozioni e un'anestesia dei sentimenti. Questo è il motivo per
cui molti adolescenti temono l'amore e cercano di evitarlo, non
innamorandosi mai. Hanno paura dei sentimenti e rinunciano
a viverli perché non sanno come gestirli e benché sappiano che
nella vita contano. Eccome se contano. L'amore che è uno dei
sentimenti più pericolosi perché può far soffrire lo aspettano
come dono da ricevere gratuitamente ma non cercano di con-
quistarlo. Lo pretendono. Continuano a pretenderlo anche da
adulti o da grandi, perché l'eterno fanciullo che è in loro vuole
succhiare continuamente al seno senza dare nulla a nessuno.
Eppure lo vorrebbero, sognano nonostante tutto un amore vero,
un sentimento profondo che si sviluppi nel tempo e conosco-
no l'importanza della continuità affettiva. Lo evitano perché
l'educazione agli affetti e ai sentimenti non è tra le priorità
degli adulti. Affettivamente analfabeti, freddi e distaccati dai
sentimenti temono di innamorarsi e di soffrire. Ma ne hanno


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paura anche perché il mondo dei grandi, a cominciare dagli
adulti di riferimento, non fornisce loro esempi di esperienze
affettive durature, di legami d'amore che attraversano il tempo.
Alcuni anni fa andando a presentare in una scuola se-
condaria superiore un nostro libro sull'amore in adolescenza,
trovammo più di cinquecento ragazzi super attenti e interessati
a questo tema. Ci colpì il fatto che a un certo punto della no-
stra conversazione prima di concludere qualcuno, alzandosi in
piedi in una grande Aula Magna, ci chiese se avevamo anche
noi una storia d'amore, se vivevamo una relazione di coppia
non sapendoci marito e moglie. Alla nostra risposta ne segui
immediatamente un'altra: «Da quanto tempo'». E a quel punto,
sentito che il nostro stare in coppia durava allora da più di 25
anni, con nostra meraviglia, ci fu un fragoroso applauso. Una
standing ovation un po' imbarazzante ma che ci faceva capire
come queste esperienze non appartengano più alla realtà dei
figli di oggi.
Un'altra sfida è quella di educare allo sviluppo dell'indi-
pendenza e alla crescita dell'autonomia. In questo momento
storico in cui la nostra esistenza è fortemente influenzata dal
potere della tecnologia, è importante non favorire i legami di
dipendenza che, in forme diverse, si manifestano nella nostra
quotidianità e facilmente si convertono in patologia. Si pensi
alle new addiction, ovvero tutte le nuove dipendenze che non
prevedono l'uso di sostanze, ma che sono caratterizzate da
comportamenti dalle caratteristiche morbose. Tra di esse le
dipendenze da internet, dal telefonino, dal PC, oltreché dallo
shopping, dal sesso, dal lavoro, stanno superando in quantità
la dipendenza dalle cosiddette droghe legali come il tabacco,
l'alcol e i farmaci. Gli studi confermano che le nuove forme di
«dipendenza senza droga» sono pervasive perché sostenute da
una sempre più diffusa e accattivante tecnologia che gratifica
immediatamente anche se genera isolamento, vuoto e noia.


59
Capitolo quarto
Come fare un negoziato




Tutto ciò che ci irrita negli altri,
può portarci a capire noi stessi.




'
(Carl Gustav Jung)




QUESTA CASA È UN ALBERGO
La valchiria

Ah, i nonni! O meglio le nonne, se non ci fossero andrebbero
inventate. Io ne ho una sola, quella della mamma, ovvero la
mamma della mamma. L'altra non l'ho mai conosciuta. Papà
dice che una come nonna Ada basta e avanza. Non capisco
a cosa si riferisca. Sta di fatto che quando lei chiama col suo
cellulare tutti la riconoscono dalla suoneria che le hanno attri-
buito: La cavalcata delle Valchirie. Così mi hanno detto che
si chiama. E per la verità quando sento quella musichetta me
la vedo la nonna che arriva a casa nostra a passo marziale e
con il suo trolley, sembra una soldatessa dell'esercito americano.
Però io le voglio bene e mi piace andare in giro con lei.
«Sì, pronto mamma' come st'».



123
E mia madre, sua figlia, non riesce a continuare. Perché la
nonna quasi sempre non ti lascia parlare, è un fiume in piena
che ti travolge con le sue storie e una quantità di domande per
le quali non aspetta mai la risposta. O se le dà da sola, oppure
passa oltre.
«' ho capito, mamma' ma ascolta un att'»
«' come'»
«Perché non compare il tuo numero'»
«Come Marina, non ho capito, parli troppo in fretta' e
poi va via la linea'»
«Allora ti richiamo io sul fisso'»
Ma neanche per sogno. Non si ferma e non ti ascolta. Lei
continua a parlare con il suo tono di voce alto che costringe mia
madre ad allontanare il telefonino dall'orecchio.
Mio padre seduto a fianco, allarga le braccia. Allora mamma,
per condividere (dice lei), mette il viva voce.
«' ho la schiena a pezzi e la pressione sotto i tacchi'»
rimbomba per tutta la stanza.
«Eh sì la schiena' sarà questo tempo' sembra che voglia
piovere'»
«Qui sta già piovendo' ma scusa voi stavate mangiando e io
vi ho interrotto. Scusa, scusa' riattacco! Ci sentiamo più tardi.»
«No tranquilla abbiamo già finito' una tazza di latte e
tra un po' a letto!»
«Ma come' Una tazza di latte a quest'ora' Non sono neanche
le 7' Come mai' Avete litigato, immagino! E i ragazzi' Dove
sono i ragazzi' Sono fuori vero'' Voi non mettete regole, a casa
vostra fanno tutti quello che vogliono! Io i miei figli li ho educati
diversamente' e tu Marina te lo dovresti ricordare!»
«Certo mam'»
«E Nicole' Che fa Nico' La mia piccola Nico che non viene
mai a trovarmi' saranno due giorni che non la vedo' e il mio



124
Philip'' Digli che ho cambiato cellulare' uno smartphone
mega' ma deve sistemarmelo. Deve scaricarmi WhatsApp che
le mie amiche lo usano e si trovano benissimo' Ma Sophie'
Passami Sophie che devo dirle prima di mangiare una cosa
importante sulla dieta'»
A quel punto è mio padre che interviene guardando l'o-
rologio.
«Intanto buonasera signora! Sono quasi le 20 e sua nipote
Sophie, ovvero mia figlia, è dalla moribonda' quella a cui
hanno fatto la trasfusione perché' beh, qui non è ancora
arrivata! Del suo Philip abbiamo perso le tracce. Noi siamo
rimasti qui ad aspettare che qualcuno rientrasse a casa! Ma
nessuno si è visto. Della cena neanche l'odore della macchinetta
per i toast quindi'»
«Lo dicevo a tua moglie che non siete capaci di mettere limiti
ai vostri figli e loro vi mettono i piedi in testa' si fa per dire
perché tu, alto come sei dovresti avere dei figli giganti, ma per
fortuna i miei nipoti sono normali'»
«Guardi'» alza la voce mio padre come quando sta per
perdere le staffe, ma anche per farsi sentire dalla nonna.
«Guardi signora che l'altro giorno al suo Philip ho vietato
l'uso del cellulare per una settimana visto che le ultime verifi-
che sono andate male e quest'anno rischia la bocciatura. È un
inetto, non ha voglia di far niente, solo di stare a smanettare
su WhatsApp. Quando va bene si comporta come un bambino
dell'asilo, a Nicole ho vietato l'uso del PC per una settimana
perché non mi ascolta mai quando le chiedo qualcosa.»
«Ecco' al solito offendi subito. Per forza che i tuoi figli
ti fanno tribolare, perché sei un despota! Stai sempre a giudi-
carli. A quel povero Philip gli dici solo quello che non va, gli
sbagli che fa. Di lui non vedi le cose positive e soprattutto non



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sai metterti nei suoi panni, non lo ascolti perché sei preso solo
dalle tue cose'»
«Ma...»
«E ora non chiamarmi mamma per rabbonirmi! I figli
vanno ascoltati e vanno capiti. Le liti e gli scontri possono ser-
vire per chiarire le cose ma bisogna saper mediare e prendersi
il tempo per trovare compromessi. Voi avete sempre mille cose
da fare. Se non ci fossi io per loro'»
«E no, mamma' proprio tu!' Non ricordi che papà ti
chiamava il mio ammiraglio e io quando volevo dirti che avrei
fatto tardi a tornare a casa, visto che non c'erano i cellulari,

che tu li leggessi'»
Per fortuna a quel punto cade davvero la linea e la lite tra
genitori e figli si conclude da sola.
'
ti lasciavo i bigliettini attaccati al frigorifero nella speranza




La pianificazione

Il capitolo che conclude questo libro vuole essere una
sorta di mini guida pratica all'utilizzo della negoziazione in
famiglia. I suggerimenti che seguono sono in gran parte il
frutto di anni di esperienza fatta in molte attività formative e
nei laboratori per genitori, organizzati e condotti con la for-
mula del coinvolgimento attivo dei partecipanti. I concetti ai
quali il nostro lavoro si è ispirato provengono dagli studi della
psicologia dinamica e in modo specifico dalla psicologia della
comunicazione e da quella umanistica. Le indicazioni pratiche
che vengono date fanno riferimento alle tecniche e alle abilità
del counseling, applicate ormai da anni alla consulenza di aiuto,
per la crescita personale e professionale o, come in questo caso,
nell'educativa familiare.


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Qualsiasi negoziato richiede partecipazione e coinvol-
gimento, organizzazione e pazienza. Le trattative familiari
non sono da meno, anzi richiedono impegno, attenzione e
disponibilità. Nelle più significative e importanti negoziazioni
di famiglia, tra genitori e figli, il lavoro può essere lungo e de-
licato, soprattutto se si pensa che su alcune tematiche, come ad
esempio l'ora di rientro a casa per gli adolescenti, le trattative
periodicamente si riaprono perché gli accordi vanno rivisti.
In ogni caso per raggiungere intese soddisfacenti che garan-
tiscono la collaborazione o ristabiliscono un clima di convivenza
piacevole, il negoziato deve essere fatto con calma e senza fretta.
Poi bisognerà fare attenzione a numerosi aspetti di quello
che potremmo chiamare il «processo negoziale», perché non di
un semplice atto si tratta, quanto di un percorso che si sviluppa
secondo fasi e momenti definiti, le cui strategie possono essere
articolate e complesse.
Per questa ragione proviamo a riflettere prima di tutto su
quelli che sono gli aspetti organizzativi di una negoziazione,
che non vanno assolutamente sottovalutati. Invitiamo il lettore
a seguire il più possibile le indicazioni che diamo in questo
capitolo perché diventare il «genitore persuasivo» di cui abbia-
mo accennato non è cosa immediata e richiede allenamento
ed esercizio.

La preparazione
La prima cosa da fare è preparare la negoziazione e non
improvvisarla. È di grande importanza «costruirla» sulla ne-
cessità di affrontare un problema o risolvere un conflitto, non
necessariamente sulle difficoltà quotidiane di convivenza. Solo
alcune di quelle che chiamiamo «difficoltà» diventano veri e
propri problemi che generano tensione e alterano il clima di vita
familiare. Di solito accade quando queste sono state affrontate in


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modo inadeguato e le soluzioni trovate non hanno funzionato.
Piano piano, come è per tutte le cose affrontate parzialmente,
anche una semplice incomprensione, che si sarebbe dovuta ri-
solvere con un immediato chiarimento, può diventare un vero
e proprio problema di comunicazione. Non serve, pertanto, un
negoziato per ogni difficoltà che si incontra con i figli. Meglio
riservare le risorse individuali e il tempo alle cose importanti.
Prepararsi al negoziato significa pensare in anticipo al-
meno a:
' obiettivi
' tempo
' luogo e regole
' emozioni e autocontrollo.
Gli obiettivi . Pianificare una trattativa allora vuol dire pen-
sare a cosa si vuol raggiungere con questo lavoro e nel contempo
verificare con i figli se condividono lo strumento negoziazione
e l'importanza di trovare una soluzione vantaggiosa per tutti.
A partire da questa premessa è utile dare per iscritto e richie-
dere una sintesi dell'argomento e delle richieste reciproche che
andranno negoziate.
Ad esempio per immaginare una situazione frequente e
comune, pensiamo alla regolamentazione con un adolescente
dell'uso dei videogiochi e del tempo da dedicarci. Genitore e
figlio dovrebbero sottolineare cosa chiedono l'uno all'altro e
perché. Se vogliono è consigliabile anche anticipare cosa cia-
scuno è disposto a dare in cambio.
Al di là di come si svilupperà il negoziato e a quali accordi
si arriverà, sarà importante che nella preparazione il genitore
abbia chiaro fino a dove potrà concedere e cosa è disposto a
riconoscere a suo figlio. Utile potrebbe essere anche ipotizzare
quali domande e che tipo di richieste gli potranno essere fatte e
al contempo di grande significato potrebbe essere immaginare le


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nostre reazioni. Va da sé che le cose andranno come andranno,
ma questo esercizio ha la funzione di metterci anticipatamente
nella situazione del negoziato con il chiaro vantaggio di essere
attrezzati al confronto e allo scontro soprattutto quando ci verrà
richiesta maggiore pazienza e comprensione, perseveranza e
forza persuasiva. Inoltre anticipare le emozioni con cui si dovrà
fare i conti può aiutare a gestire il flusso dei sentimenti perché
quando la temperatura salirà si saprà come fare per ridurla a
livelli accettabili. Ma di questo parleremo più avanti trattando
appunto delle emozioni.
Il tempo . Quando le questioni sul tappeto sono signi-
ficative o le controversie producono problemi relazionali, di
comportamento e di convivenza, è decisivo prendersi il tempo
necessario e senza fretta per affrontare la trattativa, sapendo che
potrebbero essere necessarie più occasioni prima di convenire
su un accordo. Dedicare uno spazio temporale, ma anche fisico
alla negoziazione con i bambini e gli adolescenti serve a sot-
tolineare l'importanza che riveste lo strumento nella relazione
che i genitori hanno con loro. In più per quanto riguarda il
tempo, vale la pena ricordare che loro ne hanno più dell'adulto
e spesso, dotati anche di più pazienza, nelle trattative prendono
il genitore per sfinimento. A questo proposito c'è chi sostiene
che da un punto di vista dei risultati, i bambini sono i migliori
negoziatori in quanto raggiungono sempre quello che si pre-
figgono e all'interno del contesto familiare, pur di riuscire nei
loro intenti, stabiliscono alleanze e rapporti diversi che risultano
vantaggiosi.
Non è ovviamente questo il tipo di negoziato a cui pensia-
mo. La negoziazione è, come abbiamo detto, per definizione il
raggiungimento di un risultato efficace per entrambe le parti,
dove gli accordi ottenuti fanno sentire vincenti entrambi.
Il luogo e le regole . La pianificazione del negoziato deve
comprendere le indicazioni del luogo dove si svolgeranno gli


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incontri e chi si confronterà. È consigliabile incontrarsi in una
stanza comune come il salotto o la cucina ed è auspicabile che
la negoziazione si svolga in un'atmosfera non di acceso con-
trasto e neanche subito dopo uno scontro o una lite. Meglio
attendere un momento migliore, nel quale gli animi sono
meno sovraccarichi di emozioni forti e negative. È preferibile
che nella negoziazione con un figlio vi sia un solo genitore,
e con gli adolescenti meglio il padre, per mantenere almeno
formalmente un livello di contrattazione paritario. Altra cosa
potrebbe essere la negoziazione contemporanea con più figli,
alla quale potrebbero partecipare entrambi i genitori. Sarà utile
precisare anticipatamente che le regole di base cui tutti si devono
attenere sono quelle di parlare uno per volta, non offendersi e
non pretendere di raggiungere immediatamente un accordo.
Le emozioni e l'autocontrollo . Dell'importanza di vivere,
manifestare ed esprimere emozioni e sentimenti che compaiono
nel processo negoziale si parlerà più avanti. Qui vogliamo solo
accennare all'importanza di prepararsi a gestire anche il piano
emotivo e non farsi prendere eccessivamente dal turbine di
tensioni e reazioni emotive che si potranno sviluppare durante
la negoziazione. Perché anche questa esperienza può essere
stressogena, cioè può produrre internamente una condizione
di stress che dovremmo saper governare, per lo meno fino a
quando non abbiamo trovato modo di rispondere adeguata-
mente. Se può essere utile conoscere cosa sia lo stress e cosa
produce (Maiolo, 2012b), è ancora più importante riuscire ad
autocontrollarsi. Imparare a gestire l'ansia e la tensione, che
si potranno sviluppare in alcuni momenti di contrasto e di
difficoltà durante la negoziazione, è la premessa per disporsi in
uno stato di calma alla ricerca comune di intese e compromessi,
ma più ancora comporre le ragioni del conflitto con il proprio
figlio e superarlo. Non è raccomandabile iniziare il negoziato
con nervosismo e agitazione e per contenere questi elementi,


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che potrebbero essere di disturbo, consigliamo di utilizzare una
tecnica di autodistensione. Qualunque metodo può andare
bene, l'importante è che prima di ritrovarsi ad affrontare la
discussione, ci si senta sufficientemente rilassati e ben disposti
al processo negoziale.

I passi da compiere

Oltre all'organizzazione pratica, un buon negoziato, che
abbia come obiettivo la soluzione delle controversie senza vin-
citori e vinti l'accordo condiviso su alcune fondamentali regole
familiari, richiede il rispetto di alcune cose da compiere nel
percorso di avvicinamento e di collaborazione. E proprio perché
è fondamentale l'idea che lo scopo principale delle trattative è
quello di incontrarsi a metà strada come su di un ponte, più
che fasi del processo negoziale è meglio dire passi da compiere.
Primo passo: definire il problema . Esplicitare prima di
ogni cosa la problematica o le aree problematiche sulla quali ci
si dovrà confrontare, in modo tale da avere anche ben chiaro
quali sono gli obiettivi da perseguire e le aspettative reciproche.
Questo vuol dire che in modo chiaro siano esposti da entrambi,
genitore e figlio, i termini del problema.
Secondo passo: idee per la soluzione . Potrebbe essere fatta una
sorta di brainstorming, cioè un esercizio di libera produzione
di idee, anche le più insensate, su come risolvere il problema.
A turno si possono dire tutte le cose che passano per la testa e
semplicemente annotarle su un foglio.
Terzo passo: considerare le idee . Dopo aver fatto un elenco
e valutato gli aspetti positivi e negativi di ciascuna proposta,
eliminare quelle che hanno più elementi negativi e tenere le
soluzioni che hanno maggiore validità di applicazione.
Quarto passo: definire cosa fare . Questo è il momento in
cui ciascuno deve esprimere i propri bisogni e i desideri perso-


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nali in merito alle proposte prese in considerazione e muoversi
verso il raggiungimento di un accordo reciproco. È il passo
decisivo che permette di avvicinarsi insieme alla soluzione del
conflitto o all'intesa condivisa. Da un punto di vista educativo,
il negoziato che soprattutto utilizzerà correttamente le strate-
gie comunicative e di negoziazione basate sul saper dire, fare
e provare potrà sviluppare cooperazione e non competizione,
rispetto reciproco e fiducia, creatività e senso di responsabilità,
che sono gli elementi base della relazione.
Quinto passo: la stesura degli accordi . L'ultimo impegno è
quello di definire insieme il modo con cui si realizzerà l'intesa,
convenire sulle possibili sanzioni da applicare e procedere alla
scrittura degli accordi, come testimonianza e impegno reciproco
di dare attuazione alle soluzioni ritrovate.

Dire (e non dire)

La comunicazione, come si è detto, ha quanto meno un
versante verbale e uno non verbale. È di grande importanza
conoscere nel linguaggio verbale quali frasi è meglio utilizzare
per favorire la comunicazione e quali evitare, cosa produce
nell'altro un'espressione e come è possibile mandare al nostro
interlocutore un messaggio di disponibilità e un segnale di av-
vicinamento. Parimenti è di grande aiuto anche trasformare le
parole che esprimono negatività e rifiuto in frasi che indicano
positività e accettazione.

Le parole che aiutano
«Tu» e «Io». Una delle cose da non dimenticare mai è quella
di tenere separati i fatti dalle persone, e non confondere a livello
linguistico, e anche non verbale, il problema dall'individuo con
cui abbiamo difficoltà.


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