Recensione su “Paolo, la Scrittura e la Legge”
Titolo
Paolo, la Scrittura e la Legge
Autore/i:
Pitta Antonio
EAN
9788810410080
Altri dati
261 pagine, pubblicato nel January 2009
Editore
Edizioni Dehoniane Bologna
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In occasione delle celebrazioni del bimillenario della nascita dell’apostolo Paolo, si sono notevolmente moltiplicate le pubblicazioni di contributi tesi a far conoscere, a livello divulgativo e scientifico, la personalità, l’opera e il messaggio di colui che, anche se a torto, è stato indicato come il “secondo fondatore del cristianesimo” (cf. F. Nietzsche e W. Wrede). A nostro avviso, gli studiosi e gli appassionati del genio paolino non possono mancare l’appuntamento con la lettura del saggio pubblicato da Antonio Pitta, ordinario di Nuovo Testamento presso la Pontificia Università Lateranense.
Esiste ancora la giustificazione per fede?, in Protestantesimo 63 [2008] 231-244; S. ROMANELLO, Dove si stanno dirigendo gli studi su Paolo? Alcune considerazioni in occasione dell’anno paolino, in Teologia 34 [2009] 15-32). In questo solco, si colloca anche la ricerca di Pitta, a giudizio del quale occorre parlare di New Perspectives, al plurale, a causa delle «diversificate revisioni in atto» (p. 12). Integrando la metodologia storico- critica e i contributi della retorica letteraria, il saggio offre un’ampia analisi dei luoghi in cui si rivela più intenso e fecondo il rapporto tra Paolo, la Scrittura e la Legge. Il primo capitolo è dedicato alla formazione farisaica dell’apostolo (15-54) e analizza quanto Paolo riferisce di sé in Gal 1,13-17 e Fil 3,2-6, dai quali si deduce che il giudaismo citato in Gal 1,13.14 «è quello farisaico e non quello di matrice apocalittica, qumranica o sadducea». I testi soprammenzionati sono inseriti in contesti di dialettica polemica con gli avversari di Paolo; la questione circa la loro identità è il tema del secondo capitolo (55-80), in cui Pitta passa in rassegna i passi della 2Cor che si riferiscono agli antagonisti giudeo-cristiani, provenienti dall’esterno della comunità e impegnati a discreditare l’apostolato paolino. Anche in Galazia, Paolo è costretto a cimentarsi con un gruppo di sobillatori che predicano come necessaria in vista della salvezza l’adesione alla Legge mosaica e la pratica della circoncisione. Infine, in Fil 3,2-16, Paolo esorta i suoi destinatari a prendere le distanze da coloro che sono definiti “cattivi operai” e persino “cani”; l’autore è propenso a identificarli con oppositori cristiani di origine giudaica. Al rapporto tra Paolo e le Scritture è dedicato il terzo capitolo del volume (81- 130).
I procedimenti esegetici cui Paolo fa ricorso per interpretare i testi sacri non costituiscono una novità nel panorama del giudaismo palestinese e alessandrino; assolutamente inedite sono, invece, la rilettura e l’interpretazione che l’apostolo compie del messaggio scritturistico a partire dall’evento apocalittico della morte e risurrezione di Cristo. I capitoli quarto, quinto e sesto studiano le profonde connessioni tra le Scritture e la Legge mosaica e fanno leva sulla lettera ai Galati (131-160) e ai Romani (161- 221). Nella corrispondenza epistolare con i galati, Paolo si impegna, da un lato, a negativizzare la Legge, in quanto non è in grado di offrire la vita e, dall’altro, a relativizzarla, poiché giunge al suo pieno compimento nell’amore. All’interno delle comunità romane si registra il conflitto tra i forti e i deboli (cf. Rm 14,1-15,13), corrispondenti «a due categorizzazioni morali o etiche che si pongono al di là delle distinzioni tra il giudeo-cristianesimo e l’etnico-cristianesimo», legato a questioni di purità alimentare, come si evince in Rm 14,14. Il pericolo soggiacente alla polemica forti-deboli è «di ricadere nella condizione di chi, nonostante sia stato giustificato in Cristo, si apre alla condanna reciproca e a quella finale». In realtà, con la morte di Cristo, la Legge è divenuta adiaphoron, cioè indifferente in quanto non ha più alcun potere su quelli che appartengono a Cristo.
Le conclusioni (223-239) offrono un bilancio delle nuove prospettive e, nel contempo, una proiezione sulle conseguenze per la teologia paolina; gli argomenti sono organizzati in base a tre direttrici: storia e sociologia del Nuovo Testamento; retorica e intertestualità; nuovi ritratti su Paolo. Nel suo complesso, il volume di Pitta ha il merito di offrire uno sguardo panoramico esaustivo sulle nuove prospettive inaugurate dalla pubblicazione di E. P. Sanders (Paolo e il giudaismo palestinese. Studio comparativo su modelli di religione, Brescia 1986), pur non mancando di esprimere delle riserve verso taluni approdi ermeneutici (cf. p. 234).
Tratto dalla rivista Asprenas n. 4/2009
(http://www.pftim.it)

