Gesù di Nazareth Vol. 2 - Dall'ingresso a Gerusalemme alla Risurrezione
Secondo volume sulla vita di Cristo.
Prosegue la riflessione di Joseph Ratzinger Benedetto XVI sulla figura e le parole di Gesù.
In passato l'autore si è dedicato agli avvenimenti che vanno dal battesimo al Giordano fino alla confessione di Pietro ed alla Trasfigurazione.
Nel presente volume vengono affrontati in nove capitoli gli episodi decisivi della vita di Gesù, quelli al centro della fede cristiana: la passione, la morte e la Risurrezione di Cristo.
Gesù di Nazareth è l'ultimo grande libro che uno dei maggiori teologi del XX secolo si era proposto di scrivere come atto conclusivo del suo percorso intellettuale e scientifico, prima ancora di essere eletto Papa. Così l'autore non intende parlare in primo luogo quale Romano Pontefice, ed il libro non vuole essere un atto ufficiale del suo magistero. Ma questa apparente debolezza in realtà si rivela la forza di un libro che desidera liberamente interloquire con tutti.
L'analisi tanto appassionata quanto scientificamente rigorosa degli avvenimenti - l'Ingresso a Gerusalemme, la Lavanda dei piedi, l'Ultima Cena, il Getsemani ed altro ancora - è come attraversata da una nota di sottofondo sempre ricorrente: è la domanda di importanza decisiva ad un tempo per lo studioso e per ogni credente: il Gesù nel quale crediamo è anche il Gesù veramente esistito? I Vangeli ci mostrano la figura di Gesù la più storicamente sensata e convincente?
Così diviene evidente che in questo libro l'autore non intende solo cimentarsi nelle dispute teologiche relative ad una figura, quella di Gesù di Nazareth, con la quale il teologo si è occupato tutta la vita, Joseph Ratzinger - Benedetto XVI intende insieme adempiere al suo compito sacerdotale ed episcopale: con un linguaggio avvincente ed immediatamente accessibile prende per mano tutti ed ognuno - esperti e non, credenti e non - per accompagnare all'incontro con un uomo in carne ed ossa che è più di un uomo e la cui tomba trovata vuota, oggi come ieri, è un avvenimento che può ragionevolmente soddisfare le speranze e le aspettative più vere di ognuno di noi.
In anteprima uno stralcio dal primo punto del quarto capitolo intitolato “L’Ultima Cena”.
"Giovanni bada con premura a non presentare l’ultima cena come cena pasquale. Al contrario: le autorità giudaiche che portano Gesù davanti al tribunale di Pilato evitano di entrare nel pretorio “per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua” (18, 28). La Pasqua comincia quindi solo alla sera; durante il processo si ha la cena pasquale ancora davanti; processo e crocifissione avvengono nel giorno prima della Pasqua, nella “Parascève”, non nella festa stessa. La Pasqua in quell’anno si estende dunque dalla sera del venerdì fino alla sera del sabato e non dalla sera del giovedì fino alla sera del venerdì. Per il resto, lo svolgimento degli eventi rimane lo stesso. Giovedì sera l’ultima cena di Gesù con i discepoli, che però non è una cena pasquale; venerdì (vigilia della festa e non la festa stessa): il processo e l’esecuzione capitale; sabato: il riposo del sepolcro; domenica: la risurrezione. Con questa cronologia, Gesù muore nel momento, in cui nel tempio vengono immolati gli agnelli pasquali. Egli muore come l’Agnello vero che negli agnelli era solo preannunciato.Questa coincidenza teologicamente importante, che Gesù muoia contemporaneamente con l’immolazione degli agnelli pasquali, ha indotto molti studiosi a liquidare la versione giovannea come cronologia teologica. Giovanni avrebbe cambiato la cronologia per creare questa connessione teologica che, tuttavia, nel Vangelo non viene manifestata esplicitamente. Oggi, però, si vede sempre più chiaramente che la cronologia giovannea è storicamente più probabile di quella sinottica. Poiché – come s’è detto – processo ed esecuzione capitale nel giorno di festa sembrano poco immaginabili. D’altra parte, l’ultima cena di Gesù appare così strettamente legata alla tradizione della Pasqua che la negazione del suo carattere pasquale risulta problematica. Per questo già da sempre sono stati fatti dei tentativi di conciliare le due cronologie tra loro. Il tentativo più importante – e in molti particolari affascinante – di giungere ad una compatibilità tra le due tradizioni proviene dalla studiosa francese Annie Jaubert, che fin dal 1953 ha sviluppato la sua tesi in una serie di pubblicazioni. Non dobbiamo qui entrare nei dettagli di tale proposta; limitiamoci all’essenziale. In questo modo la tradizione sinottica e quella giovannea appaiono ugualmente giuste sulla base della differenza tra due calendari diversi. La studiosa francese fa notare che le cronologie tramandate (nei sinottici e in Giovanni) devono mettere insieme una serie di avvenimenti nello spazio stretto di poche ore: l’interrogatorio davanti al sinedrio, il trasferimento davanti a Pilato, il sogno della moglie di Pilato, l’invio ad Erode, il ritorno da Pilato, la flagellazione, la condanna a morte, la via crucis e la crocifissione. Collocare tutto questo nell’ambito di poche ore sembra – secondo Jaubert – quasi impossibile. Rispetto a ciò la sua soluzione offre uno spazio temporale che va dalla notte tra martedì e mercoledì fino al mattino del venerdì. In quel contesto la studiosa mostra che in Marco per i giorni “Domenica delle palme”, lunedì e martedì c’è una precisa sequenza degli avvenimenti, ma che poi egli salta direttamente alla cena pasquale. Secondo la datazione tramandata resterebbero quindi due giorni su cui non viene riferito nulla. Infine Jaubert ricorda che in questo modo il progetto delle autorità giudaiche, di uccidere Gesù puntualmente ancora prima della festa, avrebbe potuto funzionare. Pilato, tuttavia, con la sua titubanza avrebbe poi rimandato la crocifissione fino al venerdì. Contro il cambio della data dell’ultima cena dal giovedì al martedì parla, però, l’antica tradizione del giovedì, che comunque incontriamo chiaramente già nel II secolo. Ma a ciò la signora Jaubert obietta citando il secondo testo su cui si basa la sua tesi: si tratta della cosiddetta Didascalia degli Apostoli, uno scritto dell’inizio del III secolo, che fissa la data della cena di Gesù al martedì. La studiosa cerca di dimostrare che quel libro avrebbe accolto una vecchia tradizione, le cui tracce sarebbero ritrovabili anche in altri testi. A questo bisogna, però, rispondere che le tracce della tradizione, manifestate in questo modo, sono troppo deboli per poter convincere. L’altra difficoltà consiste nel fatto che l’uso da parte di Gesù di un calendario diffuso principalmente in Qumran è poco verosimile. Per le grandi feste, Gesù si recava al tempio. Anche se ne ha predetto la fine e l’ha confermata con un drammatico atto simbolico, Egli ha seguito il calendario giudaico delle festività, come dimostra soprattutto il Vangelo di Giovanni. Certo, si potrà consentire con la studiosa francese sul fatto che il Calendario dei Giubilei non era strettamente limitato a Qumran e agli Esseni. Ma ciò non basta per poterlo far valere per la Pasqua di Gesù. Così si spiega perché la tesi di Annie Jaubert, a prima vista affascinante, dalla maggioranza degli esegeti venga rifiutata. Io l’ho illustrata in modo così particolareggiato, perché essa lascia immaginare qualcosa della molteplicità e complessità del mondo giudaico al tempo di Gesù – un mondo che noi, nonostante tutto l’ampliamento delle nostre conoscenze delle fonti, possiamo ricostruire solo in modo insufficiente. Non disconoscerei, quindi, a questa tesi ogni probabilità, benché in considerazione dei suoi problemi non sia possibile semplicemente accoglierla. Che cosa dobbiamo dunque dire? La valutazione più accurata di tutte le soluzioni finora escogitate l’ho trovata nel libro su Gesù di John P. Meier, che alla fine del suo primo volume ha esposto un ampio studio sulla cronologia della vita di Gesù. Egli giunge al risultato che bisogna scegliere tra la cronologia sinottica e quella giovannea e dimostra, in base all’insieme delle fonti, che la decisione deve essere in favore di Giovanni. Giovanni ha ragione: al momento del processo di Gesù davanti a Pilato, le autorità giudaiche non avevano ancora mangiato la Pasqua e per questo dovevano mantenersi ancora cultualmente pure. Egli ha ragione: la crocifissione non è avvenuta nel giorno della festa, ma nella sua vigilia. Ciò significa che Gesù è morto nell’ora in cui nel tempio venivano immolati gli agnelli pasquali. Che i cristiani in ciò vedessero in seguito più di un puro caso, che riconoscessero Gesù come il vero Agnello, che proprio così trovassero il rito degli agnelli portato al suo vero significato – tutto ciò è poi solo normale. Rimane la domanda: Ma perché allora i sinottici hanno parlato di una cena pasquale? Su che cosa si basa questa linea della tradizione? Una risposta veramente convincente a questa domanda non la può dare neppure Meier. Ne fa tuttavia il tentativo – come molti altri esegeti – per mezzo della critica redazionale e letteraria. Cerca di dimostrare che i brani di Marco, 14, 1a e 14, 12-16 (gli unici passi in cui presso Marco si parla della Pasqua) sarebbero stati inseriti successivamente. Nel racconto vero e proprio dell’ultima cena non si menzionerebbe la Pasqua. Questa operazione – per quanto molti nomi importanti la sostengano – è artificiale. Rimane però giusta l’indicazione di Meier che cioè, nella narrazione della cena stessa presso i sinottici, il rituale pasquale appare tanto poco quanto presso Giovanni. Così, pur con qualche riserva, si potrà aderire all’affermazione: “L’intera tradizione giovannea (…) concorda pienamente con quella originaria dei sinottici per quanto riguarda il carattere della cena come non appartenente alla Pasqua” (A Marginal Jew, I, p. 398). Ma allora, che cosa è stata veramente l’ultima cena di Gesù? E come si è giunti alla concezione sicuramente molto antica del suo carattere pasquale? La risposta di Meier è sorprendentemente semplice e sotto molti aspetti convincente. Gesù era consapevole della sua morte imminente. Egli sapeva che non avrebbe più potuto mangiare la Pasqua. In questa chiara consapevolezza invitò i suoi ad un’ultima cena di carattere molto particolare, una cena che non apparteneva a nessun determinato rito giudaico, ma era il suo congedo, in cui Egli dava qualcosa di nuovo, donava se stesso come il vero Agnello, istituendo così la sua Pasqua. In tutti i Vangeli sinottici fanno parte di questa cena la profezia di Gesù sulla sua morte e quella sulla sua risurrezione. In Luca essa ha una forma particolarmente solenne e misteriosa: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio” (22, 15 s). La parola rimane equivoca: può significare che Gesù, per un’ultima volta, mangia l’abituale Pasqua con i suoi. Ma può anche significare che non la mangia più, ma s’incammina verso la Pasqua nuova. Una cosa è evidente nell’intera tradizione: l’essenziale di questa cena di congedo non è stata l’antica Pasqua, ma la novità che Gesù ha realizzato in questo contesto. Anche se questo convivio di Gesù con i Dodici non è stata una cena pasquale secondo le prescrizioni rituali del giudaismo, in retrospettiva si è resa evidente la connessione interiore dell’insieme con la morte e risurrezione di Gesù: era la Pasqua di Gesù. E in questo senso Egli ha celebrato la Pasqua e non l’ha celebrata: i riti antichi non potevano essere praticati; quando venne il loro momento, Gesù era già morto. Ma Egli aveva donato se stesso e così aveva celebrato con essi veramente la Pasqua. In questo modo l’antico non era stato negato, ma solo così portato al suo senso pieno. La prima testimonianza di questa visione unificante del nuovo e dell’antico, che realizza la nuova interpretazione della cena di Gesù in rapporto alla Pasqua nel contesto della sua morte e risurrezione, si trova in Paolo In 1 Corinzi, 5, 7: “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!” (cfr. Meier A Marginal Jew, p. 429 ss). Come in Marco, 14, 1 si susseguono qui il primo giorno degli Azzimi e la Pasqua, ma il senso rituale di allora è trasformato in un significato cristologico ed esistenziale. Gli “azzimi” devono ora essere costituiti dai cristiani stessi, liberati dal lievito del peccato. L’Agnello immolato, però, è Cristo. In ciò Paolo concorda perfettamente con la descrizione giovannea degli avvenimenti. Per lui, morte e risurrezione di Cristo sono diventate così la Pasqua che perdura. In base a ciò si può capire come l’ultima cena di Gesù, che non era solo un preannuncio, ma nei Doni eucaristici comprendeva anche un’anticipazione di croce e risurrezione, ben presto venisse considerata come Pasqua – come la sua Pasqua. E lo era veramente".
Titolo Gesù di Nazareth Vol. 2 - Dall'ingresso a Gerusalemme alla Risurrezione
Autore Benedetto XVI (Joseph Ratzinger)
Editore Libreria Editrice Vaticana
EAN 9788820984861
Pagine 380
Data March 2011
Peso 540 grammi
Dimensioni 14 x 22 cm
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Gesù. Dalla storia alla fede
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Gesù di Nazaret
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di Rescio Mara -
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Dott. MARGHERITA MAZZANTINI il 15 March 2011 alle 17:32 ha scritto:
IL NOSTRO AMATO PAPA è UNO SCRITTORE ISPIRATO E MERAVIGLIOSO!
DOMENICO, domenicodepascalis@alice.it il 19 March 2011 alle 19:18 ha scritto:
VI DICO CHE SONO STATO UNO DEI PRIMI A COMPRARE IL LIBRO GESU' DI NAZARET, DEVO DIRE CHE E' MOLTO BELLO ANCHE SE NON LO HO ANCORA FINITO DI LEGGERE. COMPLIMENTI AL SANTO PADRE CHE L'HA SCRITTO E ALL'EDITRICE, VADA NACHE IL MIO SENTITO GRAZIE
Michele il 31 March 2011 alle 22:46 ha scritto:
Quando ho finito di leggere il libro, ero commosso
e avrei voluto abbracciare il Santo Padre per la gioia
perchè mi fa fatto capire veramente la figura e il messaggio di Gesù Cristo.
Grazie di cuore Santo Padre.
Dott. sergio santambrogio il 4 April 2011 alle 17:44 ha scritto:
buongiorno
Premetto che il testo l'ho gia' letto, questo e' un regalo di compleanno per una cognata.
E' un testo esplicativo che toglie i dubbi che si hanno
quando si vuole darsi delle spiegazioni sui vangeli in modo autonomo.
La spiegazione e' completa e esaustiva.
Cordiali saluti santambrogio
Prof. Calogero Scaccia il 11 April 2011 alle 11:42 ha scritto:
Testo attento, con uno sguardo profondo e introspettivo a partire dai Vangeli, per una riflessione personale che immerge nel mistero e rende sempre più Cristiani del nostro tempo.
Angela Colombo il 18 May 2011 alle 11:35 ha scritto:
Buona lettura, con alcuni passaggi impegnativi
Danilo Boccassini il 10 January 2012 alle 16:49 ha scritto:
Dopo aver sviscerato, nel primo volume, la problematicità della storicità di Gesù e dei Vangeli, J. Ratzinger si cimenta nell'arduo compito di mostrare compiutamente la divinità di Gesù; termine fin troppo spesso abusato, ma solo per allontanarci da Lui. Il Papa ci guida attraverso gli angusti vicoli di Gerusalemme, città, al tempo di Gesù, cosmopolita, così come si evince dai racconti della Passione. Tutti e quattro gli evangelisti riportano le vicende degli ultimi giorni di Gesù, dall'ingresso nella Città Santa, ove viene osannato come Messia (con tutto ciò che questo termine comporta, come già spiegato nel primo volume), sino "all'uscita" da Gerusalemme, quando ai discepoli non rimane che farsi coraggio per annunciare al mondo la "lieta notizia", euanggelion, per l'appunto. E il Papa, quale successore di Pietro, non elude questo compito. Buona lettura!
ADRIANA QUIRICO, adriana.quirico@alice.it il 7 March 2012 alle 23:12 ha scritto:
Che dire? Ogni commento mi sembrerebbe un sacrilegio! Questo libro è talmente toccante, ti penetra così nel profondo del cuore, che veramente ti sembra di essere a Gerusalemme con Gesù e gli Apostoli e vivere con loro tutta la passione di Cristo! Benedetto XVI spiega quei fatti sia dal punto di vista storico che teologico in modo così semplice che possiamo capirlo anche noi che non siamo addetti ai lavori e non possiam fare altro che dirgli "GRAZIE".