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Citazione spirituale

La sapienza del deserto

-

52 racconti dei Padri del deserto per una vita buona

 
di

Anselm Grün

 


Copertina di 'La sapienza del deserto'
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Disponibilità immediata
In promozione fino al 31/03/2017 [scade tra 30 giorni]
Descrizione
Tipo Libro Titolo La sapienza del deserto - 52 racconti dei Padri del deserto per una vita buona Autore Traduttore Dal Lago L. Editore Edizioni Messaggero EAN 9788825042009 Pagine 168 Data febbraio 2017 Collana Anselm Grün
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selm Grün
ANSELM'GRÜN




LA SAPIENZA
DEL DESERTO
52 racconti
dei Padri del deserto
per una vita buona
Titolo originale:
Weisheit aus der Wüste. 52 Mönchsgeschichten
zum guten Leben

© 2015 Herder Verlag GmbH, Freiburg im Breisgau

www.herder.de

ISBN 978-3-451-00659-3


Traduzione dal tedesco di Luigi Dal Lago




ISBN'978-88-250-4200-9
ISBN' 978-88-250-4201-6''(PDF)
ISBN' 978-88-250-4202-3''(EPUB)

Copyright © 2017 by P.P.F.M.C.
MESSAGGERO' DI 'SANT'ANTONIO '' 'EDITRICE
Basilica del Santo - Via Orto Botanico, 11 - 35123 Padova
www.edizionimessaggero.it
Introduzione


Ci sono domande che sono sempre attuali, come
ad esempio la domanda sulla possibilità di una vita
buona di fronte all'insicurezza dell'esistenza: già gli
uomini dell'antichità si interrogavano su questo pro-
blema, esattamente come facciamo anche noi oggi.
Chi si pone queste domande, prende le distanze
dalle attività quotidiane. Non si accontenta neppure
delle offerte superficiali e delle situazioni eventuali
del momento, ma rivolge lo sguardo alla totalità e al
fondamento dell'esistenza. Nell'antichità erano so-
prattutto i filosofi che si occupavano della domanda
circa il senso di una vita ben riuscita, ma non erano
soltanto loro a discutere su ciò. C'erano sempre an-
che persone spiritualmente ispirate che cercavano di
allontanarsi dal mondo per scoprire il proprio mondo
interiore. All'incirca tra il terzo e il sesto secolo dell'e-
ra cristiana, molti uomini e donne si sono ritirati nel
deserto. Avevano sperimentato la fragilità della vita
ed erano entrati in crisi, cercando così, nel distacco
dal mondo, nuove vie per raggiungere la verità di sé
stessi. Volevano impostare la vita in modo nuovo,
sulla base di questa esperienza. Affrontando la soli-
tudine e la durezza del deserto, cercavano di trovare
la pace interiore. In tal modo divennero un modello
per molti e lo sono ancora fino al giorno d'oggi.

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«Padri del deserto», così vennero designati in se-
guito questi monaci dei primi secoli cristiani: dalla
seconda metà del III secolo, sia singolarmente come
eremiti, sia in gruppi, i cui membri furono chiama-
ti cenobiti, essi condussero nei deserti dell'Egitto,
della Palestina e della Siria una vita caratterizzata
dall'ascesi, dalla preghiera e dal lavoro. All'inizio
fuggivano di fronte alle persecuzioni, più tardi questi
anacoreti ' un termine che si può tradurre in modo
libero ma non inesatto come quelli che «rompono i
ponti» con la società - andarono a vivere nelle soli-
tudini del deserto, in un tempo in cui le grandi città
diventavano sempre più lussuriose, il cristianesimo
era assurto a religione di stato e le vecchie famiglie
signorili si impadronivano dell'organizzazione della
chiesa.
I retroterra storico-temporali e anche i retroterra
biografici di queste persone erano differenti, così
come erano parimenti diversi i motivi che li spinge-
vano a fare la scelta del deserto. Il primo di questi
anacoreti fu probabilmente Antonio, cui fu dato l'e-
piteto di «Grande» e che visse dal 251 circa, fino al
356. Era figlio di contadini cristiani benestanti che
abitavano nella regione centrale dell'Egitto. Anto-
nio distribuì ai poveri le sue proprietà e si ritirò nel
deserto. Arsenio invece proveniva da una nobile
famiglia romana di senatori e rivestì l'incarico di pre-
cettore presso la corte imperiale. Non potendo più
sopportare la vita superficiale della corte con tutti
i suoi intrighi, se ne andò nel deserto. Altri ancora
avevano commesso un omicidio e si erano pentiti
del loro delitto. Per questo, cercavano una soluzione


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andando nel deserto a piangere la loro colpa e a
dare un nuovo inizio alla loro vita. C'erano anche
quelli che venivano spinti ad andare nel deserto a
causa di una profonda esperienza spirituale che li
aveva interiormente colpiti.
I Padri del deserto, conoscendo bene la fragili-
tà della vita umana, che avevano sperimentato nel
proprio corpo, hanno scoperto una via per risolvere
il problema e il senso della propria esistenza. Con-
sideravano se stessi come lottatori, come atleti, nel
significato che questa parola aveva nell'antichità,
cioè come partecipanti a una gara, i quali, per otte-
nere la vittoria, dovevano praticare una speciale e
ben determinata forma di vita, in cui l'allenamento
e l'esercizio occupavano un ruolo fondamentale.
L'energia proveniente da questi «atleti spirituali» era
così forte da attirare in quei tempi molte persone
alla ricerca di una autentica vita cristiana, affasci-
nandole al punto che volevano condurre anch'esse
una vita simile.
Tuttavia anche allora c'erano molti che non desi-
deravano sottoporsi ad esercizi così impegnativi, ma
andavano in pellegrinaggio a trovare questi uomini e
donne che conducevano una vita così radicalmente
diversa da tutti gli altri, nella semplicità e nella ascesi
più severa. Andavano dunque da questi monaci e
monache per chiedere consiglio, quando non sa-
pevano più come comportarsi per vivere bene la
propria vita. Certamente arrivavano anche individui
curiosi, amanti delle sensazioni, i quali ponevano
domande solo per poi potersi vantare delle risposte
date dai monaci. Ma i padri del deserto avevano un

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intuito molto acuto e capivano se uno si trovava
veramente in uno stato di necessità esistenziale e
quindi aveva bisogno di una parola che lo aiutasse
a trovare una via d'uscita dalla sua crisi esistenziale,
mentre si accorgevano subito se qualcuno veniva da
loro solo per avidità di cose sensazionali o per vo-
yeurismo. Alle domande di queste persone, che non
riuscivano a convincerli di desiderare una parola
spiritualmente utile, i padri del deserto non davano
alcuna riposta e rimanevano muti. Non si lasciavano
strumentalizzare e dicevano una parola soltanto a
quelli dei quali potevano fidarsi, perché avrebbero
anche messo in pratica la risposta che veniva data
loro.
Ciò vale anche per noi al giorno d'oggi. Se ci
accostiamo al mondo sconosciuto dei monaci, spinti
solo dalla curiosità, esso resterà per noi lontano e
incomprensibile. Solo se abbiamo fiducia in ciò che
hanno da dire e se consideriamo le loro parole co-
me uno specchio nel quale riconosciamo la nostra
personale fragilità, i pericoli e le tentazioni cui siamo
esposti, allora tali parole saranno per noi veramen-
te una salutare medicina. Ma vedremo anche co-
me questi antichi padri siano persone che possono
«guarire e salvare» la nostra anima, come diceva
sant'Antonio abate, riferendosi al monaco Pafnuzio.
I racconti relativi a questi Padri del deserto vogliono
farci scoprire la situazione in cui si trova anche oggi
la nostra anima. Vorrebbero parimenti indicarci le
modalità con cui dovremmo trattare i nostri pensieri
e le nostre emozioni.
I Padri del deserto vissero in un luogo che non

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era assolutamente un comodo rifugio per anime
bisognose di tranquillità. Per essi il deserto era an-
che il luogo in cui i demoni regnavano come so-
vrani. Qui, in modo nuovo e ancora più intenso,
incontravano dunque tutti i pericoli che avevano
già sperimentato nel mondo. Perciò combattevano
continuamente con i «loghismoi», cioè con i pensieri
e i sentimenti, con le passioni e i desideri che li tor-
mentavano. Il termine greco «loghismos» è piuttosto
difficile da tradurre: lo si potrebbe descrivere in vari
modi, come pensieri cattivi, inquietudini, insinua-
zioni, il rimuginare inutile, pettegolezzi, sentimenti
passionali, fantasie vane1. I monaci lottano contro
questi pensieri per non esserne dominati. La meta
cui tendevano in questa lotta era il diventare liberi
da tali fantasie e giungere così alla quiete interiore.
Infatti lo scopo della loro vita era la pace del cuore
' hesychia ' cioè uno stato di pace interiore, in cui
sperimentavano Dio presente nel proprio cuore. I
monaci erano andati nel deserto per cercare Dio. E
fecero questa esperienza: se scopro Dio dentro di
me, ottengo la quiete. Questo modo di vedere vale
anche per noi oggi: la strada che porta alla quiete
interiore passa attraverso il confronto e la discussio-
ne con i pensieri e le passioni che abitano il nostro
cuore. Dentro di noi c'è un luogo di silenzio dove
abita Dio. Ma a questo luogo, nel fondo dell'anima,
si può arrivare solo attraversando il caos prodotto
dai nostri pensieri, passioni ed emozioni.
1
Cf. E. Schweitzer, Apophthegmata Patrum, vol. 16, Beuro-
ner Kunst Verlag, Beuron 2013, p. 535.


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Il deserto fu per i monaci anche il luogo della ten-
tazione. Là si sentivano uniti con Gesù, che per 40
giorni andò nel deserto e vi fu tentato dal diavolo.
Ma la vittoria sopra la tentazione permise a Gesù di
annunciare il messaggio del regno di Dio in modo
che non fosse oscurato da intenzioni secondarie,
dalle tendenze egoistiche di fare scalpore ed essere
ammirato. Così anche i monaci nel deserto voleva-
no soprattutto purificarsi da ogni inganno interiore.
Fare chiarezza dentro di sé, prendere le giuste de-
cisioni, queste erano le cose necessarie per cam-
minare su tale strada. Lo scopo della loro vita era
la purezza del cuore. Anche questo rimane per noi
del tutto attuale: la purezza del cuore non significa
essere immuni da errori. Ma descrive piuttosto una
chiarezza interiore, in cui il mio pensare e sentire
non sono più confusi e turbati da proiezioni o da
intenzioni e tendenze egocentriche.
Quando oggi parliamo in senso figurato di de-
serto e di desertificazione, pensiamo alle situazioni
interiori, allo svuotamento spirituale, a esperienze
estreme e minacciose che ci portano ai limiti del
nostro esistere. Usiamo come immagine il termine
«deserto» anche quando pensiamo alle persone che
soffrono nel «deserto di pietra» delle nostre città di-
ventate anonime e fredde. Le persone sperimentano
l'interiore desertificazione come vuoto, abbandono,
desolazione. In senso spirituale possiamo ancora
comprendere sempre come «deserto» ogni luogo
che ci mette alla prova e pretende da noi qualcosa,
ma che ci mette anche davanti agli occhi una me-
ta da raggiungere. Come nei racconti della Bibbia,

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anche il deserto può diventare appunto un luogo
in cui Dio dimostra la sua potenza e la sua grazia.
I monaci erano convinti di una cosa: se affronto la
mia desolazione spirituale e la mia situazione inte-
riore di pericolo, sperimenterò il deserto come il
luogo in cui sono particolarmente vicino a Dio. Il
popolo d'Israele ha vissuto il deserto come il luogo
della promessa e il suo camminare nel deserto come
il tempo in cui era vicino a Dio in modo speciale. E
così anche per i monaci il deserto diventò un luogo
in cui si poteva sperimentare la sovranità di Dio. Il
deserto si trasformava nel paradiso. Anche per noi
è questa la promessa: che i monaci ci insegnino una
strada per capire come la nostra desolazione possa
essere trasformata, e il deserto diventi il giardino
del paradiso in cui Adamo ed Eva camminavano
fiduciosi insieme con Dio.
Alcuni accusano i Padri del deserto di essere egoi-
sti: si sarebbero ritirati fuori dal mondo per occu-
parsi soltanto della salvezza della propria anima. Al
contrario, i monaci nel loro distacco dal mondo si
sono sempre sentiti nello stesso tempo solidali con
tutti gli uomini. Pensavano che se avessero vinto i
demoni nella regione in cui questi esercitavano il
proprio dominio, avrebbero recato anche un con-
tributo all'umanizzazione dell'intera società. Erano
convinti di questo: se nel luogo dove combattevano
trionfava la luce, anche in tutto il mondo lo splendo-
re della luce sarebbe stato più grande. I monaci che
andavano nel deserto per affrontare radicalmente la
battaglia contro i «logismoi», non hanno mai con-
siderato questa lotta come un affare privato, bensì

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come un compito al servizio del mondo, affinché
grazie al loro sforzo il mondo diventasse più umano
e più accogliente.
Anche questa è un'immagine valida per noi e per
i giorni nostri. Incontro molte persone che dicono:
«Che senso ha la mia lotta' Non voglio più vivere.
Soffro per dolori cronici che non riesco più a sop-
portare». Oppure: «Soffro di depressione, sono un
peso per chi mi sta accanto». I monaci direbbero:
«Se tu, là dove sei, trasformi l'oscurità in luce, re-
chi un contributo al mondo intero. Se tu con i tuoi
dolori cronici ti comporti in modo che diventino
una porta d'accesso dell'amore di Dio, allora diven-
terai una benedizione per gli altri. Se accetti la tua
depressione e lasci che vi penetri la luce di Gesù,
allora trasformi anche l'ambiente dove vivi e fai del
bene anche alle persone che ti circondano. Tutto
quello che facciamo, lo facciamo sempre anche in
solidarietà con gli uomini e donne che vivono ac-
canto a noi.
I racconti sui Padri del deserto e i loro detti, che
ci vengono tramandati in queste pagine risalgono a
circa 1600 anni fa. Molti potrebbero pensare: che
cosa ci possono dire oggi questi antichi racconti'
La nostra situazione è del tutto diversa dalla loro.
Questo è vero: con alcune delle pratiche ascetiche
di questi monaci noi non possiamo assolutamente
incominciare. E la loro durezza ci urta e ci allon-
tana , oppure ci trasmette la sensazione che non
potremmo mai raggiungere la loro radicalità. Ma
non si tratta di copiare i Padri del deserto. In ogni
caso non saremmo mai capaci di farlo. Ma proprio

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queste persone che, nella solitudine del deserto e
nell'incontro con i loro fratelli o sorelle hanno sca-
vato nella propria anima, hanno oggi qualcosa da
dirci. I Padri e le Madri del deserto hanno analizzato
la propria anima con una radicalità che si avvicina
moltissimo all'odierna psicanalisi. Hanno guardato
nelle profondità e negli abissi dell'anima, nei suoi
pericoli e ferite. Ma erano dei veri «atleti», proprio
nel senso che provavano piacere nel combattere
contro tutto quello che li minacciava. La loro ascesi
non era negazione della vita, bensì era caratteriz-
zata dal piacere di vivere e da una fede ottimistica,
per cui anche il fallimento più profondo dell'uomo
può essere trasformato in apertura verso Dio, grazie
all'incontro con lui e all'esercizio dell'ascesi quotidia-
na. Precisamente perché i monaci avevano preso
coscienza degli abissi della propria anima, erano
liberi da ogni giudizio o condanna verso gli altri. In
tutti questi racconti incontriamo sempre di nuovo
la richiesta di non giudicare. Chi ha conosciuto se
stesso, non ha più la voglia di giudicare gli altri. In-
fatti vede rispecchiata nei difetti e negli errori altrui
le possibilità della propria anima.
Nei racconti sui monaci che qui presentiamo
non si tratta soltanto della conoscenza di se stessi e
dell'analisi di situazioni interiori, ma si tratta sempre
anche di trasformazione e guarigione. Come posso
guarire la mia anima ferita e frammentata' Se ascol-
tiamo le parole di questi maestri spirituali, tenendo
presenti le nostre ferite personali, allora vedremo
che parlano direttamente al nostro cuore ferito. E ci
fanno sperare che anche le nostre piaghe possano

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essere sanate. Le parole stesse hanno un effetto
liberante, se lasciamo che penetrino nel profondo
di noi stessi.
In alcuni libri, soprattutto nella collana «Klein-
schriften» ho già citato molti detti dei Padri del de-
serto (Apophthegmata Patrum), dando una mia
interpretazione sui temi del silenzio, sul modo di
trattare con il male e sull'accompagnamento spi-
rituale. Nel presente volume ho scelto soprattutto
detti che in precedenza non avevo trattato. E sono
testi che mi hanno personalmente interessato. Dato
che alcuni concetti presenti nei detti dei Padri sono
poco conosciuti da alcuni lettori, nel glossario in
appendice ho provveduto a spiegarli brevemente.
Il mio augurio, a voi lettori e lettrici, è che i detti
dei Padri del deserto siano come uno specchio in
cui vi riconoscete. Guardatevi nello specchio senza
paura e senza giudicare voi stessi, bensì nell'atteg-
giamento dei monaci, accettando tutto come pos-
sibile. Tutto è semplicemente dentro di noi. Non
dovremmo spaventarci per questo. Ma dovremmo
darci da fare con tutto ciò che si trova in noi e pre-
sentarlo a Dio, affinché la sua luce e il suo amore
possano tutto trasformare dentro di noi. Non sia-
mo responsabili dei pensieri e delle sensazioni che
emergono in noi. Tutto ha la sua ragione d'essere.
Ma siamo responsabili del modo con cui trattiamo
con tali pensieri. I monaci hanno messo in pratica
ciò che la Lettera agli Efesini ci consiglia: tutto quel-
lo che è in noi deve essere scoperto e posto alla
luce di Dio. «Tutte le cose sono rivelate dalla luce;
tutto quello che si manifesta è luce» (Ef 5,13). Que-

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sto è un lieto messaggio: anche la colpa che viene
scoperta può essere illuminata e diventare luce. Le
mie debolezze e i miei sbagli, le mie ferite e malattie
possono diventare trasparenti per la luce, possono
irradiare la luce di Cristo in questo mondo, se io non
mi nascondo davanti a Dio, ma mi metto nella sua
luce. Un modo di porsi alla luce di Dio è anche la
manifestazione dei propri pensieri. I monaci raccon-
tavano tali pensieri a un monaco più anziano, che
fungeva da accompagnatore spirituale e da maestro.
Avevano fiducia di non essere giudicati, bensì di
ricevere un aiuto per trattare nel modo giusto ciò
che passava nella loro mente. Quindi i monaci del
tempo passato ci incoraggiano a rivelare i nostri
pensieri e sensazioni a una persona, a un amico o
un'amica, a un sacerdote o a un operatore/operatri-
ce pastorale, oppure a uno psicoterapeuta. Ma chi
non trova nessuno con cui confidarsi, può sempre
nella preghiera mettere ogni cosa davanti a Dio e
aver fiducia che la sua luce illumina tutto e trasforma
in luce tutto quello che c'è dentro di noi.




15
Iniziare


Dell'abate Pior, l'abba Poemen diceva che iniziava
ogni giorno da capo (Apo 659)2.

È un racconto breve, anzi di una sola parola, che
l'abba Poemen attribuisce al più anziano abba Pior.
Questi era un discepolo del grande Antonio, il primo
dei monaci. Pior morì attorno al 360: era vissuto
ogni giorno secondo gli insegnamenti della Bibbia e,
alla pari di altri monaci, seguiva una dura ascesi libe-
ramente da lui scelta. Ma ciò che lo distingueva era
il nuovo inizio che si proponeva di fare ogni giorno.
Per noi questa è una parola che consola. Se già que-
sti grandi monaci si ritenevano sempre soltanto dei
principianti al servizio di Gesù, anche noi possiamo
considerarci dei principianti che si mettono alla loro
scuola. D'altra parte sappiamo che san Benedetto
ha scritto la sua regola per i principianti.
Nessuno di noi è così avanzato sulla strada spi-
rituale che non abbia bisogno ogni giorno di un
nuovo inizio. Ricominciare è anche una grazia. Ogni
giorno posso iniziare di nuovo. Non sono bloccato

2
Detti dei Padri del deserto, a cura di L. Coco, Piemme, Casal
Monferrato (AL) 1997: Poemen, nr. 85, p. 264. Il termine 'abba'
derivante dall'aramaico significa 'padre'; così 'amma' significa
'madre' in riferimento alle monache che vivevano nel deserto.
(ndt).


16
a motivo del mio passato. In tedesco iniziare si dice
anfangen, un termine che deriva da anfassen, an-
packen [=afferrare, prendere in mano, cogliere]. Se
siamo capaci di iniziare, vuol dire che prendiamo in
mano la nostra vita e le diamo forma. Smettiamo
di lamentarci che non siamo capaci di fare nulla,
perché la nostra educazione ci ha bloccati. Noi stessi
abbiamo tra le mani ciò che vogliamo fare della no-
stra vita. Con quello che abbiamo ricevuto possiamo
dare forma e figura alla nostra vita mediante l'opera
delle nostre mani. Ma dobbiamo prender noi l'inizia-
tiva. Non possiamo aspettarci tutto solo dagli altri.
Ogni giorno incomincia dal mattino. Il ritmo della
natura dovrebbe diventare anche il ritmo della no-
stra vita. Ogni nuovo giorno è una occasione favore-
vole per incominciare di nuovo anche interiormente
nel rapporto con Dio. Non dovremmo dire che co-
munque niente cambia per noi, che già tante volte
abbiamo tentato di fare tutto nuovo. Nella parola
dell'abba Pior c'è la sfida di cominciare di nuovo
ogni giorno senza giudicare il giorno precedente.
Non importa come siamo vissuti fino a questo mo-
mento, non è mai tardi per incominciare. Questa
parola vale anche per colui che ha già speso molto
impegno per sé e per il suo cammino spirituale: non
tener per nulla in conto ciò che hai raggiunto. In-
comincia ogni giorno di nuovo. Solo allora rimarrai
vivo, solo allora sarai in grado di rispondere a ciò
che Gesù esige da te.




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Al mattino


Non appena ti alzi dopo aver dormito, subito, in
primo luogo, la tua bocca renda gloria a Dio e intoni
inni spirituali e salmi, poiché la prima cosa, di cui lo
spirito si occupa fin dall'aurora, continua a essere
macinata nella mola per tutto il giorno, sia grano,
sia zizzania. Perciò sii sempre il primo a gettarvi
dentro il grano, prima che il tuo nemico vi getti la
zizzania. (N 592/43)

Questo detto dei Padri vale non solo per i monaci,
bensì per ogni cristiano. Mette in risalto quanto sia
importante per noi l'inizio della giornata. Non do-
vremmo semplicemente precipitarci a capofitto nel
nuovo giorno. Non dovremmo pensare per prima
cosa agli appuntamenti che abbiamo o alle nostre
necessità oppure ai conflitti in cui ci troviamo im-
plicati. Il primo pensiero deve andare a Dio. Ma
non dovremmo permettere che rimanga soltanto nel
pensiero. Anche con la bocca dovremmo pronuncia-
re una preghiera o intonare un canto. Certo questo
non si può fare facilmente in un appartamento preso
in affitto, senza disturbare i vicini. Ma una silenziosa
parola della Bibbia che pronunciamo ad alta voce
solo per noi, ci fa sicuramente del bene. Non deve
essere per forza un salmo o una parola, potrebbe
essere un gesto con cui rendiamo onore a Dio. Per

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me, un buon rituale del mattino è alzare in alto le
mani e benedire il nuovo giorno con tutto ciò che mi
capiterà di vivere oggi. Allora è la benedizione che
caratterizza la mia giornata e non la paura di qualche
difficile colloquio che devo fare o di un conflitto che
oggi nuovamente mi tocca sopportare.
Il detto dei Padri paragona il primo pensiero che
facciamo al mattino con il riempire la macina del mu-
lino. Ciò che getto nel mulino per prima cosa, verrà
macinato per tutto il giorno. I primi pensieri con cui
ci affaccendiamo al mattino, continuano a passarci
nella mente per tutto il giorno. Per tale motivo fa
parte dell'igiene spirituale aver buoni pensieri al mat-
tino. A questo riguardo non si tratta di manipolare
noi stessi e darci ad intendere che vogliamo vedere
tutto in luce positiva. Con i «buoni pensieri» il detto
dei Padri indica piuttosto la preghiera. Dovremmo
rendere onore a Dio. Dovremmo alzare lo sguardo
verso Dio e collocarlo al centro della nostra vita. Op-
pure dovremmo intonare inni devoti, che ci faranno
compagnia per tutto il giorno come un ritornello
dentro l'orecchio. Ma non devono essere per forza
canti religiosi, possono essere canzoni allegre. Co-
nosco persone che al mattino sotto la doccia comin-
ciano a cantare quello che in quel momento viene
loro in mente. In ogni caso ciò produce effetti più
salutari per quelle persone, più di quanto avviene se
si preoccupano solo delle difficoltà che il nuovo gior-
no presenta e di come riuscire a superarle. Siamo
noi i responsabili di come iniziare la giornata. Sono
necessari allora dei buoni rituali che ogni mattina ci
procurino gioia. I rituali creano un tempo sacro. E

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questo tempo sacro appartiene a noi. Il mattino ci
appartiene. E quando i primi minuti della nuova gior-
nata grazie alla nostra iniziativa ricevono una forma
del tutto personale, tutto il giorno diventa nostra
proprietà, tutto il giorno viene santificato. I rituali
ci mettono anche in contatto con lo spazio sacro
che sta dentro di noi e in cui il mondo non ha alcun
accesso, e sul quale non può esercitare alcun potere.
Questo ci dà una sensazione di libertà e distensione,
che ci accompagna lungo tutta la nuova giornata.
Se al mattino gettiamo nella macina del mulino buo-
ni pensieri, alla sera raccogliamo la buona farina
del grano con cui possiamo impastare il pane. Sarà
questo che ci nutre e ci dà forza. Se invece fin dal
mattino gettiamo zizzania dentro la macina del muli-
no, alla sera ne ricaveremo al massimo del caos, che
manderà un cattivo odore. E non ci nutre affatto. Al
contrario, alla sera ci tocca ancora la fatica di elimi-
nare tutta l'erba cattiva che è stata macinata.




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Non cadere nella noia


C'era un vecchio monaco di nome Gerace che aveva
trascorso cinquant'anni nella regione della Tebaide.
E i demoni volevano farlo cadere nell'akedia a causa
della lunghezza della sua vita. Un giorno comparve-
ro davanti a lui e gli dissero: «Che farai tu, vecchio,
dato che hai da vivere ancora per altri cinquant'an-
ni'». Ma quello rispose con calma e disse loro: «Mi
avete disturbato moltissimo. Ma ho messo da parte
provviste per duecento anni». Allora i demoni se ne
andarono via da lui urlando dalla rabbia. (N 33)

Il monaco di cui si parla qui viveva già da 50 an-
ni nel deserto come eremita: dunque poteva avere
circa 70 anni. I demoni lo vanno a trovare per in-
fondergli tristezza o farlo cadere nell'akedia. Questa
parola, difficile da tradurre, indica un atteggiamento
di fiacchezza, noia, indolenza, pigrizia, nausea di
fronte alla vita. I demoni mostrano all'eremita che
gli restano ancora altri 50 anni da vivere, e così
volevano fargli paura e procurargli ansia. Infatti,
pensando ai suoi 70 anni, il monaco poteva ben
immaginare che non sarebbe stato un tempo libero
da malanni quello che gli veniva prospettato. Con
questa tetra visione i demoni voleva procurare al
vecchio monaco la nausea della vita, o almeno farlo
cadere in una situazione di indolenza e tristezza. Ma

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