Citazione spirituale

Genitori in pratica

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Manuale di primo soccorso psicologico per aiutare i propri figli nei problemi quotidiani

 
di

Roberta Mariotti, Laura Pettenò

 


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EAN 9788859004776

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Descrizione
Tipo Libro Titolo Genitori in pratica - Manuale di primo soccorso psicologico per aiutare i propri figli nei problemi quotidiani Autori Editore Centro Studi Erickson EAN 9788859004776 Pagine 170 Data gennaio 2014 Collana Capire con il cuore
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Roberta Mariotti e Laura Pettenò



Genitori in pratica
Manuale di primo soccorso psicologico
per aiutare i propri figli nei problemi quotidiani




Erickson
Indice




Introduzione 7

Capitolo primo
Aiutare i figli a superare ostacoli e momenti critici 11
Capitolo secondo
Chiavi strategiche per la soluzione dei problemi 25
Capitolo terzo
I bambini e le paure 43
Capitolo quarto
I bambini e la rabbia 59
Capitolo quinto
I bambini e l'esperienza del dolore 77
Capitolo sesto
I bambini e l'esperienza del piacere 97
Conclusioni 121
Bibliografia 123
Introduzione




Educare e far crescere i figli è un'esperienza ricca di stimoli
che richiede ai genitori il possesso e la capacità di sviluppare risorse
emotive, intellettive e fisiche. Per esperienza professionale e personale
sappiamo che è possibile diventare genitori efficaci, ma anche che ciò
richiede un notevole impegno. Talvolta alcune criticità manifestate dai
figli impongono un approccio non spontaneistico ma strategico che
permetta di modificare la direzione del problema e avviarlo a soluzione.
Siamo consapevoli delle difficoltà di gestire emozioni e stati d'animo e
dell'impegno che ci viene richiesto per agire non casualmente, ma in
modo efficace, per conseguire determinati risultati concreti.
Quando il bambino si trova a superare una situazione critica
nelle aree dell'apprendimento, del comportamento, della relazione
con i compagni o con gli adulti, i genitori spesso si sentono in difetto
e concatenano due premesse che portano all'erronea conclusione del
sillogismo:
sono un bravo genitore se sono capace;
se sono capace i miei figli non hanno problemi;
sono un bravo genitore se i miei figli non hanno problemi.

Tale erronea conclusione presuppone che il genitore sia sempre
responsabile dell'origine del problema del bambino, ma esistono
anche situazioni di difficoltà che non dipendono strettamente dai
genitori, come deficit fisici o neurologici, o esperienze non piacevoli
che potrebbero accadere al di fuori della famiglia con compagni,
amici, insegnanti.


7
Capitolo primo
Aiutare i figli a superare ostacoli
e momenti critici




Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita
è una routine, una lenta agonia.
Senza crisi non c'è merito.
È nella crisi che emerge il meglio di ognuno,
perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze.
Albert Einstein

Il processo di crescita implica il superamento di difficoltà che
consentono al bambino di evolversi e di adattarsi alle nuove situazioni.
Nell'altalenante corsa a ostacoli c'è una domanda che può aiutare i
genitori ad affrontare le difficoltà e a favorire una crescita sana dei
propri figli: «Come funziona questa difficoltà e come posso aiutare
mio figlio a risolverla e a superarla'».
Come dire che è più importante riuscire a far uscire la mosca
dalla scatola in cui è entrata piuttosto che perdere tempo a cercare
le risposte alla domanda: «Come ha fatto a entrarci'».
Allo stesso modo i bambini si infilano casualmente in situazioni
critiche, ed è proprio in questa circostanza che i genitori dovrebbero
utilizzare tutte le loro risorse per non entrare anche loro dentro al proble-
ma, anche se questa sembra essere la mossa più immediata e frequente.
I fattori che più contribuiscono a creare questa situazione
sono i sensi di colpa, generati dall'abitudine a considerarsi per forza
responsabili di quasi tutte le difficoltà dei figli, difficoltà che spesso
sono semplicemente inevitabili.
L'attuale epoca, denominabile «era del controllo», mette in luce
la prestazione e colloca moltissimi eventi della vita di un individuo


11
nell'area della volontà: «Se voglio, posso». È facile dunque sviluppare
l'idea che avere un problema o una difficoltà sia sinonimo di incapa-
cità, di non essere all'altezza della situazione, di deficit da prestazione.
In realtà molti genitori si trovano ad affrontare problematiche dei
figli di cui non hanno alcuna informazione, come un lieve o impor-
tante disturbo dell'apprendimento, una disabilità fisica, mentale,
una malattia; sono situazioni particolari che esulano dall'ordinaria
quotidianità e richiedono l'attivazione di risorse che spesso i genitori
non sanno di possedere. Altre volte i genitori devono affrontare i
disagi di bambini apatici, indifferenti, tristi, aggressivi, trasgressivi,
irrequieti, timorosi, chiusi, insonni, che mangiano troppo o troppo
poco, ipocondriaci, che hanno tic o balbuzie.
Talvolta le difficoltà vengono evidenziate da educatori e in-
segnanti e riguardano un'eccessiva attività o una scarsa capacità di
concentrazione, altre volte è il bambino che provoca, che compie atti
violenti verso altri o verso se stesso.
Dobbiamo ricordare che, soprattutto nell'età evolutiva, non
esiste una linea di confine netta tra quello che è considerato un com-
portamento nella norma e la patologia. Nel continuo mutamento
della crescita può essere complesso e difficile fermare un fotogramma
e intuire già l'esito finale del film.
Il genitore, spesso alle prime armi, nel mare tumultuoso attra-
versato assieme a un bambino in crescita, consulta amici, genitori,
suoceri, insegnanti, specialisti, scrittori; l'ansia lo pervade, preoc-
cupato di fare «la cosa giusta»! Spesso la cosa giusta non è unica e
assoluta, più spesso è condizionata dalla situazione e dagli individui
che compongono la scena; la soluzione non deriva da un compor-
tamento perfetto né tanto meno da un genitore perfetto. Il genitore
più adeguato è quello che è in grado di aiutare il figlio in difficoltà a
trovare soluzioni, per sé e per il bambino, idonee e funzionali.
Per tale motivo, in questo libro sosteniamo l'idea e la convin-
zione della capacità dei genitori di attivarsi e di possedere sempre, o
spesso, tutte le risorse necessarie per aiutare i figli a risolvere difficoltà
e problemi, almeno i meno gravi. Nei casi in cui il problema appare
serio o il genitore sente di non avere strumenti per affrontarlo, allora
è importante accettare la collaborazione e l'aiuto di altre persone,
senza per questo sentirsi incapaci.


12
Capitolo secondo
Chiavi strategiche per la soluzione
dei problemi




Chi ha molto a che fare con i bambini scoprirà
che nessuna azione esteriore resta senza influsso su di loro.
Johann Wolfgang Goethe

È abitudine comune nell'affrontare una situazione critica
utilizzare una prospettiva razionale, cercare la causa o l'origine del
problema. Tuttavia molti problemi umani, relazionali e psicologici
sono fenomeni legati a più variabili, risentono dell'influenza dell'in-
terazione tra le persone e possono essere originati da diversi fattori,
difficili da isolare uno a uno.
Se ad esempio un bambino inizia a fare la pipì a letto dopo
aver acquisito un buon controllo sfinterico, questo sintomo può in-
dicare un disagio psicologico o un problema fisico. Nella stragrande
maggioranza dei casi si tratta di un disagio psicologico, ma è sempre
opportuno differenziare i due aspetti per escludere quello irrilevante.
Per ottenere informazioni sull'origine del disagio è sconsigliato
chiederlo al bambino, trattandolo come fosse un adulto in grado di
elaborare e descrivere il motivo del suo malessere. I bambini, almeno
fino a una certa età, hanno infatti difficoltà a usare il linguaggio per
esprimere le proprie esperienze.
Così le ipotesi potrebbero essere diverse: se il bambino non ha un
problema ormonale o fisico, il sintomo potrebbe essere un indicatore
di ansietà, ad esempio per qualche incertezza legata al futuro, come
un cambio di scuola, una difficoltà o un trasferimento lavorativo del
padre, un forte shock dovuto a un vissuto traumatico del passato che
per qualche motivo si riattiva.


25
Al posto di lunghe indagini sulle cause, suggeriamo sempre ai
genitori di osservare la situazione attuale e fare piccoli esperimenti con
il figlio, nella quotidianità, per scoprire qualcosa in più del problema
e del suo funzionamento.
Come suggerisce Giorgio Nardone (Watzlawick e Nardone,
1997), fondatore insieme a Paul Watzlawick del Centro di Terapia
strategica, scopriamo il funzionamento di un fenomeno attraverso
l'introduzione di cambiamenti e l'osservazione della reazione pro-
dotta. Sarà proprio quest'ultima che introdurrà informazioni nuove
o confermerà ipotesi che potevano essere all'inizio solo immaginate,
ma non confermate.
I piccoli cambiamenti che i genitori possono programmare per
capire meglio il problema del figlio sono scelti, e non casuali, sulla
base della prima osservazione del fenomeno, partendo da:
1. descrizione accurata dei fatti;
2. analisi di quello che si è già tentato di fare per risolvere il problema
e non ha funzionato o ha prodotto un peggioramento;
3. individuazione delle eccezioni (quando, dove, con chi non si
presenta il problema);
4. modificazione di ciò che non ha funzionato.
Proseguiamo descrivendo un esempio da cui emergono i passi
esplorativi che il genitore ha efficacemente fatto e che hanno portato
a individuare in modo concreto il funzionamento del problema del
figlio.


Storia di Antonio
Antonio è un bambino di 8 anni che si trova spesso ad es-
sere escluso e deriso dai compagni di scuola. È dispiaciuto e si
sente ferito; i suoi sentimenti oscillano tra il dolore, la rabbia e la
paura. Una sera particolarmente agitata, dopo aver giocato con
il computer e aver guardato la TV, ha un attacco di forte scarica
nervosa agli arti inferiori, sente il bisogno di muoversi, ha caldo al
volto, gli manca l'aria. La crisi ovviamente preoccupa i genitori, ne
seguono soluzioni protettive (dormire a letto con loro, non andare
a scuola). L'indomani gli vietano di giocare con il computer e non
gli fanno guardare la TV, pensando che le esposizioni al video
favoriscano l'insorgere di una crisi.



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Capitolo terzo
I bambini e le paure




Non si possono prendere trote con i calzoni asciutti.
Miguel Cervantes de Saavedra

La paura è una sensazione che si prova in presenza o al pensiero
di un pericolo reale o immaginato. La paura non è un problema,
ma un'esperienza comune a tutti gli esseri umani, un'esperienza che
suscita emozioni fisiche violente, desiderio di fuga o un'esplosione
di adrenalina. Solitamente sono tre le reazioni automatiche attivate
dall'organismo in risposta alla paura: fuga, attacco o paralisi.
La sensazione di paura può essere percepita durante un evento
improvviso, una porta che sbatte nel buio, una forma non ben de-
finita nell'oscurità, uno sguardo minaccioso, un evento traumatico,
uno spavento per una situazione imprevista. Oltre ad attivare una
risposta fisiologica, lo spavento provato si associa a pensieri, imma-
gini, idee che fuggono veloci ma lasciano in memoria una traccia.
Così costruiamo una realtà temporanea pensando che la sagoma
intravista, o il rumore udito, potevano essere un animale nella
penombra o un malintenzionato. L'esito finale corregge la nostra
rappresentazione: era il rumore di una foglia secca, era un gatto che
ha spostato un oggetto.
La sensazione avvertita ha creato una traccia nella memoria, che
può essere fugata e dimenticata o rimanere nella rappresentazione
mentale come potenziale realtà.
La singola paura è un'esperienza che, se non alimentata da
pensieri e rappresentazioni, si prova in frazioni di attimi; quella
che invece è più frequentemente connotata con la parola «paura» è


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un'esperienza già organizzata in un nucleo ripetitivo staccato dalla
realtà, che si attiva in previsione dell'evento temuto.
È abbastanza frequente, ad esempio, che un bambino piccolo
abbia qualche episodio in cui avverte paura del buio o difficoltà ad
affrontare da solo un corridoio scarsamente illuminato. Quando
però arriva al punto di volere tutte le luci della casa accese o essere
accompagnato in un'altra stanza, la paura è diventata una vera e
propria struttura organizzata dal bambino stesso, intorno a una
sensazione di disagio percepita, anche in assenza di un evento reale.
L'organizzazione di questo comportamento deriva dal credere di
poter di nuovo provare una sensazione sgradevole e, per questo, voler
tentare di evitarla. Continuando a evitare la situazione temuta, la
paura però aumenta e si costruisce una vera e propria profezia che
si autodetermina, perché come direbbe Hugo von Hofmannsthal,
«tutto ciò che è creduto esiste, e soltanto questo».
Quando parliamo con le persone che descrivono la loro pau-
ra, è evidente che, più del fatto vissuto, rimane in loro il timore di
provare le sensazioni che preludono all'esperienza della paura: quelle
variazioni fisiche allo stomaco, alla gola, alla muscolatura, che fanno
provare quello che non sono abituate a sentire o che faticano a gestire.
Esiste dunque una differenza tra la realtà oggettiva, il fatto accaduto
realmente e la realtà soggettiva, quello che la persona ha percepito,
quello che pensa e prevede possa accadere. Anche se i bambini piccoli
non possiedono ancora strutture di pensiero elaborate, per loro sono
sufficienti poche connessioni che leghino un luogo o una situazione a
un'esperienza emotiva negativa, in grado di creare attorno a una paura
momentanea un comportamento organizzato di reazione ad essa.
Ad esempio un bambino piccolo, accompagnato per una vac-
cinazione in un ambulatorio medico con pareti colorate e persone
vestite di bianco, di fronte al pizzicore di un'iniezione e alla sen-
sazione di dolore (per lui nuova e sconosciuta), potrebbe piangere
in risposta al dolore o al disagio che percepisce nel genitore che lo
accompagna. Quando tornerà per ripetere la vaccinazione, a causa
di quei pochi elementi tipici (visivi o olfattivi), potrebbe percepire la
sensazione sgradevole già provata e riattivare la memoria del pizzicore
dell'iniezione così da piangere ancor prima di subire la puntura. È
un'esperienza comune a molti bambini temere le iniezioni per il


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ricordo di un dolore o di una sensazione spiacevole provata, come
pure aver paura di trovarsi improvvisamente di fronte a un cane che
abbaia o temere di rimanere soli. Osserviamo tuttavia che non tutti
i bambini sono timorosi: alcuni, infatti, affrontano e superano con
tranquillità situazioni che terrorizzano altri.
Il bambino piccolo interagisce con se stesso e con le sue sensa-
zioni attraverso l'esperienza di scoperta del mondo esterno, anche se
questa è sempre mediata dagli adulti con cui vive. L'adulto è coin-
volto nella funzione di facilitare le scoperte, favorire l'elaborazione
delle esperienze del bambino, modulare le reazioni e percezioni non
congruenti con i riferimenti culturali, personali, familiari e sociali.
Quella che solitamente è meno considerata è invece la capacità del
bambino di modulare le reazioni nell'adulto. Ci sono bambini che
hanno timore del buio o di stare soli nel loro letto, che hanno sensa-
zioni sgradevoli legate a una preoccupazione o paura, senza che questo
sia un modello di comportamento già esistente nella famiglia. Può
succedere che un genitore abbia avuto paura del buio, senza tuttavia
manifestare comportamenti ansiosi. È evidente che il bambino può
vivere un'esperienza di paura come rappresentazione autonoma di
una situazione di pericolo e questo può prescindere dall'influenza
diretta del genitore.
Ciò che provoca una reazione disfunzionale del bambino in
risposta a una paura non determina necessariamente l'insorgenza
di un problema. Tuttavia la persistenza di soluzioni non adeguate a
fronteggiare la paura, attivate dal bambino e, successivamente, dai
genitori, possono incrementare la paura e il disagio. Così i tentativi
del bambino di risolvere il suo disagio e quelli attuati dai genitori
influiranno sulle successive risposte agli eventi temuti.
Se un bambino durante la vaccinazione si spaventa (anche
solo per trovarsi in un ambiente insolito) e percepisce di essere in
una situazione di pericolo, reagisce con il pianto per manifestarla e
comunicarla; la rappresentazione di questa situazione rimane scol-
pita nella sua memoria almeno per un po' di tempo, qualche ora,
qualche giorno. In quella prima esperienza sono rilevanti l'approccio
del genitore e la sua risposta al pianto del bambino. Il genitore può
essere molto rassicurante o, al contrario, agitato perché non riesce
a calmarlo, preoccupato perché teme che soffra. L'interazione tra


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