Citazione spirituale

Una zampillante fontana

di

Martin Walser


Copertina di 'Una zampillante fontana'
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EAN 9788871985558

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Descrizione
Tipo Libro Titolo Una zampillante fontana Autore Editore SugarCo EAN 9788871985558 Pagine 360 Data 2008
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, francesco.coppellotti@fastwebnet.it il 15 dicembre 2008 alle 18:10 ha scritto:

Si tratta di uno splendido romanzo che ha infranto un tabù che pesava e pesa come un macigno sulla letteratura tedesca del dopoguerra. Questo tabù vuole
che si parli del passato con l'obbligatoria cattiva coscienza e con le meccaniche professioni di colpa che
hanno appiattito e impedito la vera ricerca su di esso. UNA ZAMPILLANTE FONTANA libera invece il passato dagli interessi del presente e ci fa capire con una mirabile e libera rivisitazione dell'infanzia che :"Finché
qualcosa è, non è quello che sarà stato. Quando qualcosa è passato, non si è più colui che l'ha vissuto. Si è però più vicino a esso che ad altro". L' io narrante Johann, alter ego dell'autore, racconta dalla prospettiva infantile come ha vissuto in tutta la sua pienezza e in tutta la sua felicità il tempo della storia tedesca che va dalla Repubblica di Weimar alla fine della seconda guerra mondiale:"In realtà, un decennio dopo l'altro, la relazione con il passato obbedisce a delle norme sempre più rigorose. Quanto più questa relazione con il passato viene normalizzata tanto più quello che ci viene presentato come passato non è che un prodotto del presente. Possiamo pensare che si possa giungere fino alla scomparsa pura e semplice del passato, che a esso si finisca per riservare soltanto la funzione di esprimere gli stati d'animo che qualcuno sente o piuttosto è tenuto a sentire." Nel suo romanzo Walser racconta di aver vissuto felicemente, con piena innocenza l'epoca nazionalsocialista nel seno della piccola e solidale comunità rurale del villaggio di Wasserburg sul lago di
Costanza. Così facendo Walser è scrittore puro che narra il passato nella sua verità soggettiva senza cadere preda delle moralizzazioni e delle idealizzazioni. Ma vi è ancora qualcosa di più profondo e di più verace che fa di Walser un grande scrittore, un grandissimo
scrittore che l'Italia a tuttora ignora perché la germanistica ufficiale ha fatto di tutto per non farlo conoscere in combutta con il potere mass-mediatico e
telecratico. Walser non ha l'ingenuità di pensare che si tratti di contrapporre un falso passato "normalizzato ai fini del presente" a un altro passato che invece sgorga del tutto vergine dalla memoria individuale. Questa contrapposizione sarebbe altrettanto ideologica di quella che viene abitualmente imposta e al tempo stesso praticata in una serie infinita di testi tedeschi e no. Walser sa che il ricordo tradisce la natura perché è un prodotto del presente e un'invenzione. Si tratta di inventare meglio, più spregiudicatamente, perché quel passato illusorio ci è pur sempre più vicino di altro, è anche la fonte di quella verità che si presenta attraverso la lingua, i suoni e le parole. Tornare nell'infanzia è un viaggio nella lingua vera, una reinvenzione linguistica al di là della lingua data:"Bisognava perdere l'abitudine di porsi degli scopi. Consegnarsi alle frasi. Al linguaggio. E se lo immaginò così:traversare il mare su una zattera di frasi, anche se questa zattera non cessa di disgregarsi man mano che si costruisce e deve rigenerarsi senza fine con nuove frasi, se non si vuol naufragare". L'infanzia ha una sua lingua perduta nel tempo degli adulti, ma in questo romanzo sgorga dalla "zampillante fontana" del linguaggio un nuovo mirabile edificio di parole, uno straordinario albero delle parole composto di termini personalissimi, talvolta incomprensibili perché provengono dalla madre lingua che non è il tedesco-scritto, ma il dialetto alemanno la vera lingua madre di Walser. E così entriamo nell'altra dimensione profondissima di questo capolavoro, l'intrecciarsi dell'alemanno con il tedesco-scritto: "In cima le parole straniere. Scendendo vengono poi le parole prese in prestito altrove. Quindi il tedesco-scritto, la cosiddetta lingua scritta. E in fondo la base: il dialetto, denominato anche vernacolo. Il dialetto è la lingua madre. Per me essa fu molto diversa dal tedesco-scritto. Mia madre ha parlato alemanno. Mio padre, nato vicinissimo a mia madre, aveva frequentato una 'scuola superiore" ed era perciò diventato all'interno del tedesco bilingue. Come fu poi anche il mio caso. Mia madre conosceva il tedesco-scritto solo per sentito dire. Quando ella, costretta dalle circostanze, lo parlava sembrava di assistere a una scena di teatro contadino. La sua lingua, la nostra lingua era alemanna. Questa lingua era il dialetto, la lingua madre, la prima lingua, la lingua in genere. La sensibilità che si forma quando si apprende la prima lingua resta per tutta la vita quello che chiamiamo sentimento linguistico. Se per qualcuno la prima lingua è subito il tedesco scritto, egli ha senza dubbio un sentimento linguistico diverso da quello che si forma in lui se un dialetto sorveglia l'apprendimento del tedesco-scritto. Il cittadino tedesco non interessato alla storia della lingua crede che il tedesco-scritto sia il tedesco supremo, il tedesco in assoluto... Oggi ancora possiamo dire: Il tedesco-scritto senza i dialetti tedeschi sarebbe una lingua povera. I dialetti forniscono l'ossigeno alla circolazione del sangue del tedesco-scritto...Si può anche dire: il dialetto è il corpo della lingua, il tedesco-scritto ne è il vestito...Dal rimare di Goethe ci si accorge che la sua lingua madre era l'assiano...Finché i dialetti resistono ancora all'appiattimento della civilizzazione anche la struttura federale in Germania è l'espressione politica di una molteplicità naturale e storica. I dialetti conferiscono al federalismo vitalità. Senza i dialetti il federalismo tedesco sarebbe un'orgia amministrativa. Questo Paese deve restare estraneo a chi non comprende i dialetti tedeschi. Sono i dialetti che determinano la realtà di questo Paese...Soltanto nella seconda metà del XX secolo i dialetti si sono ripresi nei confronti delle pretese morbose della lingua elevata. La lingua è la celebrazione incessante delle nozze fra natura e storia".
Questo romanzo quindi è proprio il frutto più bello della celebrazione incessante delle nozze fra la natura e la storia. Proprio per questo esso ci fa capire che "narrare ciò che fu è costruire la casa del sogno. Quanto hai sognato! Ora costruisci. In questa costruzione la volontà non conduce mai a qualcosa di desiderato. Si riceve. Si è pronti". Pronti a ricevere la ricchezza infinita del sogno:"Quelli che sopravvivono non sono quelli che noi siamo stati ma quelli che noi siamo diventati dopo essere stati...Non si può percorrere il proprio passato. Di esso abbiamo soltanto ciò che esso stesso ci rivela. Anche se allora non diventa più chiaro di un sogno. Il passato sarebbe a suo modo tanto più presente, quanto più fossimo capaci di lasciarlo essere se stesso. Anche i sogni, noi li distruggiamo quando ce ne chiediamo il senso. Il sogno, proiettato nella luce di un altro linguaggio, si limita a rispondere alle nostre domande. Come il torturato, dice tutto quello che noi vogliamo, nulla di sè. Così il passato". Leggere questo stupendo romanzo è respirare finalmente aria pura, l'aria pura delle alte vette, quell'aria di cui ci parla Nietzsche quando pensa al suo Zarathustra. E' proprio dal canto della notte dello Zarathustra che viene il titolo del romanzo UNA ZAMPILLANTE FONTANA, perché per Nietzsche l'anima è una zampillante fontana. E il padre di Johann leggeva al fanciullo e si fece leggere da lui in punto di morte questo splendido canto notturno. Con Nietzsche: "Questi credono che la realtà sia brutta, ma non pensano che la conoscenza, anche della realtà più brutta, è bella..." Questo romanzo ha realizzato il voto nietzscheano perché è la conoscenza bella del passato che ci viene incontro con la suggestione di uno splendido sogno che godiamo in quanto tale e di cui non
ci chiediamo mai il senso.