E’ la denominazione di una singola disciplina teologica, che scaturisce dalla disponibilità della
fede e della
speranza (1 Pt 3,15 ) a favorire la riflessione sui fondamenti del cristianesimo, anche in considerazione delle esigenze della ragione. A partire dalla sua prima forma come "apologia" (
apologetica classica), andò sviluppandosi sempre più in direzione di un’ apologetica sistematica, che in quanto tale non doveva più essere indirizzata esclusivamente contro i contestatori della rivelazione cristiana, ma intendeva chiarire i problemi "fondamentali" dell’autocomprensione del cristianesimo e della sua teologia. Alla metà del XIX sec. la denominazione t.f. comparve in ambito cattolico e a partire dalla metà del XX sec. fu accettata anche in ambito evangelico. Nella vecchia t.f. del XIX sec. furono raccolte tematiche che prima erano state trattate in diversi ambiti, soprattutto le possibilità di conoscenza della rivelazione di Dio (motivi e disposizioni alla fede, praeambula fidei,
miracoli,
profezia), i possibili generi di una tale rivelazione, la realtà di fatto della rivelazione avvenuta in Gesù Cristo; inoltre, la permanenza storica di questa rivelazione nella chiesa (nella sua essenza, con le caratteristiche sostanziali e la sua struttura; i suoi ministeri). A ciò si aggiunsero i problemi posti dalla vita dell’età moderna (carattere scientifico e pluralismo dei metodi della teologia, rapporto tra ragione e fede, soggettività, autorità, tradizione, questione filosofica della verità ecc.). Nel XX sec. la t.f. affrontò le problematiche attuali della fede, cercando di inserire la competenza dialogica della teologia nelle discussioni riguardanti i criteri di verità e di avveramento. In questi contesti la teologia politica si autocomprende come "t.f. pratica". Il campo d’azione della t.f. crebbe, inoltre, in modo impressionante con le indagini teologiche riguardanti le religioni non cristiane.