Editoriale
2 Luca Palazzi – Francesca Peruzzotti
Celebrare la speranza
Studi
4 Matteo Ferrari
Nella notte in cui fu tradito. Da evento di morte a esperienza di vita donata
10 E lena Mazzon
Celebrare negli uragani e nei deserti esistenziali
15 Doriano Locatelli
L’unzione degli infermi, un sacramento di guarigione
20 Goffredo Boselli
Il rito delle esequie come celebrazione della vita
26 Étienne Grieu
I poveri li avete sempre con voi. Una comunione, una speranza
31 Intervista a Marco Pozza
Rimettere in libertà i prigionieri. Liturgia e speranza nel carcere
36 Gottfried Ugolini
La speranza tradita. Quale liturgia di fronte alle persone abusate
42 Marco D’Agostino
Forza e debolezza
47 Marco Gallo
Quando la fragilità del ministro diventa profezia di speranza Formazione
52 Valentina Angelucci
Il tutto sotto il frammento
4. La presentazione dei doni: quando offriamo davvero
57 A lberto Albertazzi
Ma anche meno!
4. Sfoltimento eucaristico
Asterischi
62 Manuel Belli
Quando il prete entra in casa
69 Segnalazioni
Luca Palazzi* – Francesca Peruzzotti**
Celebrare la speranza
Le parole non bastano; le azioni non trasformano: la realtà sembra immodificabile. Pandemie, guerre, disastri ambientali, lutti, malattie, ferite ricevute e inferte sono esperienze di fronte alle quali nessuno ritiene di avere competenze o teorie capaci di modificare le situazioni. Cosa significa sperare in questi casi? Cosa significa, addirittura, intendere la speranza come tono di fondo del celebrare in tali contesti? La speranza non si riduce a una soluzione pratica, a portata di mano; è lo stesso Paolo a ricordare nella Lettera ai Romani che «ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza » (8,24-25). Sperare, quindi, chiede di rinunciare all’orizzonte dell’immediato e del prevedibile; in questo senso i riti condividono le stesse dinamiche della speranza. Anche la liturgia è una sospensione che costringe ad alzare lo sguardo per entrare con una profondità diversa nella storia, una sosta che conduce il fare a risultati diversi da esiti prevedibili e programmabili. In entrambi i casi, quello che può sembrare un limite è in realtà l’occasione per sperimentare e abitare la realtà in una logica veramente umana ed evangelicamente promettente. La speranza è la forma della liturgia, perché infonde alla realtà un senso diverso, le dà una direzione alternativa e per questo è capace di modificarla. La sofferenza, quando è vissuta attraverso l’orizzonte della speranza, non è ingenuamente attenuata, ma può essere abitata senza esserne travolti. La liturgia non è fedele a se stessa se (quando) si propone di risolvere il dolore con parole o gesti che danno risposte assolute, che spesso si esprimono o minimizzando e tranquillizzando, magari risolvendo tutto in un rimando alla consolazione ultraterrena, o collocandolo all’interno della lotta radicale tra il bene e il male: entrambe le vie corrono il rischio di tacitare gli interrogativi e anestetizzare il vissuto. In questo senso la liturgia mette al riparo dalla pretesa di cambiare la realtà a partire esclusivamente dalle proprie forze, relativizzando l’agire di Dio nella storia. Pertanto, un agire che ritorna alla sua origine celebrativa si rivela antidoto contro il dispotismo dell’autonomia, costringendo all’esercizio costante della fiducia. La liturgia si colloca al centro della tensione irrisolvibile degli estremi che sono posti in primo piano da situazioni limite. Da qui nasce la necessità di assecondare riti che tengono insieme consolazione e ricerca. Chi celebra sperimenta costantemente il pungolo della realtà, stretta tra la cronaca immediata e la promessa eterna, tra il dolore personale e la condivisione universale. La speranza, del resto, è autentica solo se riguarda tutti: la speranza è per me se è anche speranza per gli altri, se realmente posso dire di sperare in loro favore. Perciò occorre farsi accorti, perché i riti celebrati non scadano in forme di personalizzazione del dolore che fanno chiudere in se stessi. Infatti, la liturgia prevede parole e gesti che coinvolgono un “noi”, un canovaccio che aiuta il singolo a restare nell’alveo comunitario, dando spazio al suo sentire e all’emozione personale, e insieme accompagnandolo a riconoscerli condivisi. Ma, più di tutto, sperare è sperare con Gesù, cioè scoprire che la propria storia è immersa nella sua, che la mia e nostra speranza riposa nella sua: lui ha sperato! Per questo ciascuno può sperare. La sua speranza si è fatta concreta quando, per realizzarla, ha reso esplicito il dono di sé. Di fatto, la sua ultima cena trova nel gesto dello spezzare il pane e del condividere il calice, nonché nelle parole su di essi, l’esplicitazione piena della croce. Con quel rito Gesù non annulla l’abisso del dolore, ma gli imprime definitivamente una direzione tale per cui esso non ha l’ultima parola, perché nel dono di sé ognuno può trovare la vita che non muore, e addirittura riceverla. Così, come Gesù ha fatto di un rito ricevuto – rinnovandolo – l’occasione per svelare la croce come segno definitivo di speranza per tutti, anche oggi i riti che custodiamo si offrono come esperienza di senso per i drammi, personali e collettivi, del nostro tempo. Del resto, la realtà stessa continua a interpellarci. La volontà di prendere consapevolezza delle situazioni che oggi la storia fa emergere (come, per esempio, il dramma degli abusi, le ferite di relazioni lacerate, le malattie psichiche e fisiche del nostro tempo, i disastri ecologici, le frequenti tensioni internazionali) si intreccia con la ricerca a proposito dell’attualità dei riti. È pertanto la storia stessa, in quanto accadere della rivelazione, a legittimare una sana ricerca di adeguamento e rinnovamento della ritualità perché la speranza non si riduca a una vaga ed eterea aspirazione, ma tocchi sensibilmente le storie e le esistenze delle donne e degli uomini di oggi.