Editoriale: Silvia Martínez-Cano – John Baptist Antony
Leonel Guardado – Antonina Wozna Urbanczak
(edd.), Teologie del corpo. Tracciare una mappa
Abstracts
I. Approcci antropologico-filosofici e tradizionali
Lisa Isherwood, Questi sono i nostri corpi
Silvia Martínez-Cano, Corpografie teologiche.
Dialoghi sul corpo
dalle antropologie teologiche femministe
e dalle antropologie contemporanee
II. Approcci biblici al corpo
Ki-Eun Jang, Catastrofi fisiche e crisi della politica
del corpo nella Bibbia ebraica
María José Schultz, I gesti di Gesù nei vangeli.
Una prospettiva sulla sua mascolinità
Luis Menéndez-Antuña, Catene invisibili.
Dove si nasconde il corpo dello schiavo
nel Nuovo Testamento (Lc 12,22-34)?
III. Approccio teologico: sistematico e pastorale
Kristine C. Meneses, Ripensare l’incarnazione
come disabilità divina.
Una prospettiva teologica femminista sulla disabilità del corpo
Anderson Fabián Santos Meza,
Giocando seriamente con Nicaea
Metti Amirtham, Superare il modello binario del corpo.
La presenza profetica dei corpi trans nella Chiesa
Gabriela Di Renzo – Eloísa Ortiz De Elguea,
Smaschilizzare il corpo ecclesiale.
Una proposta come percorso di giustizia
IV. Sfide etiche globali sul corpo e i suoi contesti
Telesia K. Musili, «Hai fatto di noi una meraviglia stupenda».
Una riflessione sulle pratiche di modificazione
del corpo tra le donne africane
Maria Clara Bingemer, Corporeità femminile ed esperienza mistica
Forum teologico
Fáinche Ryan, Ad theologiam promovendam.
Teologia e università
Antonina Wozna Urbanczak, Congresso della Società europea
di teologia cattolica. Ad theologiam promovendam:
sull’abuso spirituale e altre sfide teologiche attuali .
Rassegna bibliografica internazionale
Editoriale
Teologie del corpo
Tracciare una mappa
La categoria del corpo è diventata indispensabile per definire l’identità personale. Fino a pochi decenni fa, la teologia, la filosofia e l’antropologia si concentravano su altri tratti per definire l’essere umano, più strettamente legati alla capacità di cogliere la realtà (X. Zubiri), alla capacità relazionale (P. Ricoeur) o alla trascendenza (J. Maritain). Questi aspetti ora si intrecciano con il corpo, inteso come pensiero, sentimento e vita sociale che permea tutte le esperienze umane, come il pensiero, la volontà, l’agire e l’autorappresentazione. La scoperta del corpo come fattore chiave dell’identità è stata resa possibile, tra l’altro, da una seconda ondata di movimenti politici femministi tra il 1950 e il 1980 (Simone de Beauvoir, Betty Friedan e Kate Millett), che hanno sottolineato l’importanza del corpo (sesso) nella costruzione dell’identità personale e il modo in cui esso si rappresenta e viene rappresentato nella società (genere). La consapevolezza di un’identità corporea aggiunge una nuova dimensione alla definizione della persona e, quindi, al dibattito sull’identità in un contesto plurale. Attingendo alla critica sviluppata dagli studi femministi, postcoloniali e decoloniali riguardo alla dimensione corporea degli esseri umani, questo numero di Concilium cerca di ripensare le nozioni principali che ci permettono di comprendere l’umanità contemporanea a partire da una teologia fondamentale “incarnata”. I vari articoli di questo numero esaminano concetti come corpo, incarnazione o corporeità e il modo in cui sono stati costruiti all’interno della tradizione da una prospettiva binaria e diseguale: uomo/donna, ragione/emozione, bianco/nero, cultura/natura, centro/periferia, razionale/irrazionale, oggettivo/soggettivo, pubblico/privato ecc. Le categorie sopra menzionate hanno organizzato i corpi nel mondo e hanno creato un immaginario del “corpo umano perfetto” che discrimina gerarchicamente in base alla perfezione, alla bellezza e alla bontà. I corpi abietti, spezzati o violati non rientrano in questo immaginario e non sono in grado di stabilire un rapporto adeguato con Dio. Una prima sezione affronta la critica femminista e decoloniale della teologia su cui si basa l’antropologia cristiana. Lisa Isherwood (Inghilterra) presenta una riconsiderazione critica basata sull’esperienza delle donne indigene e sul modo in cui ripensano i loro corpi. Questa prospettiva decoloniale viene messa in dialogo con gli studi sul corpo emersi nel XX secolo, dalla fenomenologia (M. Merleau-Ponty), alla filosofia (D. Le Breton; J. Butler) e alla teologia (L. Isherwood), che Silvia Martínez-Cano (Spagna) ha messo in dialogo con l’antropologia teologica più recente. Martínez-Cano analizza le concezioni del corpo nella tradizione e in alcune antropologie contemporanee – quelle che ancora giustificano la separazione tra anima e corpo o che rafforzano le disuguaglianze di genere basate su diverse percezioni della natura o della condizione umana. Una seconda sezione affronta la nozione di corpo nella Scrittura e fornisce riflessioni sull’incarnazione nella tradizione cristiana. Anzitutto, esamina il concetto di corpo nel Primo e nel Secondo Testamento e le sfide che questi concetti pongono oggi. Ki-Eun Jang (Corea e USA) riflette sul corpo dal punto di vista dei disastri menzionati e immaginati nella Bibbia. In particolare, nella letteratura profetica e sapienziale, catastrofi quali ferite, fratture, gemiti e dolori del parto ricorrono frequentemente, imprimendo la crisi nelle ossa, nelle viscere, nell’utero e nella pelle. L’autrice si chiede in che modo ciò influenzi le norme sociali e religiose di Israele e aggiorna queste riflessioni al nostro tempo. María José Schultz (Cile) si chiede come possiamo comprendere il corpo di Cristo oggi. Schultz suggerisce che questa domanda possa trovare risposta osservando il comportamento inclusivo, compassionevole e non egemonico di Gesù, che offre un modello alternativo per costruire identità maschili più eque ed empatiche nella società contemporanea. Luis Menéndez-Antuña (Spagna e USA) esamina la presenza diffusa, ma spesso invisibile, della schiavitù nel Nuovo Testamento, evidenziando la dicotomia libero/schiavo, spesso trascurata, come asse cruciale per l’analisi teologica e letteraria. L’esperienza dei corpi spezzati, violati e abietti non è solo centrale nella teologia come luogo di incontro con Dio, ma anche quale spazio ermeneutico per la produzione teologica. Una terza sezione affronta la questione dell’incarnazione di Dio, pienamente rivelata nella persona di Gesù e pienamente manifestata nei corpi umani e nella materialità della natura. Ciò porta a esperienze specifiche come le differenze fisiche e la disabilità, i corpi delle donne nella Chiesa e le disuguaglianze derivanti dalla differenza sessuale, nonché i corpi esclusi per altri motivi (sessualità, queer, LGBTQ+). Kristine Meneses (Filippine) ripensa Nicea, mettendo in discussione i presupposti teologici normativi sulla disabilità e sul corpo disabile, e re-immaginando la perfezione e la pienezza come sono definite dai costrutti abilisti della normalità. Anderson Fabián Santos Meza (Colombia), con un esercizio di immaginazione ermeneutica, mette in discussione l’ortodossia come strumento di potere ed esclusione dei corpi. Santos Meza immagina la teologia come una costruzione negoziata, attraversata da corpi, dissidenza e resistenza, aprendo così la possibilità di immaginare ed esprimere la fede attraverso nuove grammatiche plurali, critiche e incarnate. Metti Amirtham (India) sostiene che i “corpi trans”, piuttosto che essere considerati “problemi” pastorali, possano essere intesi come “corpi profetici” che testimoniano le dimensioni cristologiche dell’incarnazione, del Mistero pasquale e dell’Imago Dei. Gabriela Di Renzo ed Eloísa Ortiz (Argentina) applicano la differenza sessuale alla pratica pastorale dal punto di vista dell’inclusione e della partecipazione. Per loro, il riconoscimento e l’espansione delle differenze nella ricerca del riconoscimento e della giustizia epistemica invitano la Chiesa sinodale a demascolinizzare il corpo ecclesiale, trasformandolo in uno spazio aperto a tutti i corpi. Infine, un’ultima quarta sezione riflette su alcune situazioni contemporanee di “incarnazione/disincarnazione” dei corpi. Telesia Musili (Kenya) critica l’accettazione da parte delle donne africane della modificazione del corpo e della chirurgia plastica per migliorare la bellezza. Data la difficoltà di concettualizzare una teologia del corpo umano, soprattutto sulla base del pregiudizio coloniale della teologia occidentale, Musili non rifiuta del tutto queste modifiche, ma non ne sostiene nemmeno una visione acritica, poiché possono costituire parte della “disciplina” del patriarcato e della supremazia bianca. Propone una teologia del corpo dinamica piuttosto che statica, ampliando l’interpretazione del Sal 139,14 per includere il ruolo umano nella creazione culturale. Maria Clara Bingemer (Brasile), dal canto suo, analizza come la salute e la cura del corpo, così come l’eccessiva cura di sé, influenzino la spiritualità. Bingemer sostiene che percepire la corporeità femminile come apertura all’alterità e alla relazionalità può servire come base per una riflessione teologica che comprenda le esperienze mistiche delle donne come uno spazio di liberazione e di accesso alla conoscenza spirituale. Il fascicolo si conclude con il Forum teologico, costituito da due articoli che riflettono sull’ultimo documento del papa, Ad theologiam promovendam (2023), riguardante gli studi teologici e il loro rinnovamento. Fainche Ryan (Irlanda) sottolinea il desiderio di papa Francesco di sviluppare una teologia più inclusiva, che non si limiti alla sfera clericale dei seminari o alla teorizzazione accademica, ma che promuova piuttosto una cultura più riflessiva, umana ed eticamente fondata. Antonina Wozna Urbanczak (Polonia e Austria) delinea alcuni dei temi chiave del Congresso tenuto dalla Società europea di teologia cattolica (20-23 agosto 2025) presso il Loyola Institute del Trinity College di Dublino, in risposta al motu proprio pontificio. In sintesi, il fascicolo rivisita l’antropologia teologica e le varie interpretazioni del corpo nella Scrittura e nella tradizione cristiana. Allo stesso tempo, entra in dialogo con gli studi sul corpo del XX secolo e le loro implicazioni per la pratica, le relazioni e la vita sociale ed ecclesiale. Le autrici e gli autori cercano di chiarire nozioni come corpo, incarnazione, corporeità, temporalità corporea e vulnerabilità corporea. Sulla base di questi concetti, affrontano diverse sfide per la teologia: la differenza e il corpo, il trauma e il corpo, i corpi vulnerabili dei migranti e delle donne, i corpi emarginati, i corpi LGBTQ+ e la spiritualità nella diversità corporea. Tutte queste riflessioni – e altre che non è stato possibile includere in questo numero – sono importanti per comprendere il significato del rapporto tra il corpo umano, il corpo di Cristo e il “corpo” della Chiesa. Questo numero di Concilium apre nuove linee di indagine, dal punto di vista delle critiche postcoloniale, decoloniale e femminista, nella teologia del corpo, un campo che ha avuto una traiettoria relativamente breve all’interno della tradizione teologica.