Editoriale
2 Marco Gallo
Nell’azione rituale
conta anche ciò che non si vede
Studi
5 Nicolas Steeves
L’immaginazione
11 Francesco Cosentino
L’immaginario di Dio
16 S tefano Guarinelli
Il celebrante sente l’assemblea.
Una scoperta che arricchisce
22 R oberto Repole
Immaginari territoriali
28 Francesco Vanotti
Immaginari iniziatici
34 A lice Bianchi
Immaginari di genere
40 S tefano Fenaroli
Dare forma all’amore (di tutt*).
Ripensare il matrimonio
46 Francesco Valerio Tommasi
La forma immaginata dell’umano.
Tra antropologia e liturgia
52 L uigi Mariano Guzzo
Lo spazio del rito,
tra norma e immaginario del potere.
Una lettura estraniante
59 L uigi Villanova
Immaginari animali
Formazione
63 V alentina Angelucci
Il tutto sotto il frammento
5. La frazione del pane,
tra tradimento e tradizione
Asterischi
67 A rnaud Join-Lambert
Ministero diaconale e liturgia delle ore.
La preghiera che ri-immagina la vita
70 Segnalazioni
EDITORIALE
Marco Gallo
Nell’azione rituale conta anche ciò che non si vede
«Porto addosso le ferite di tutte le battaglie che ho evitato» (Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, alias Fernando Pessoa). Giugno, mese di ordinazioni in quelle diocesi che hanno ancora la grazia di poter ordinare dei nuovi ministri. Un collega mi offre l’immaginetta che un giovanissimo presbitero ha distribuito alla fine del rito di ordinazione: una stampa ottocentesca mostra un prete in talare, il cui corpo copre parzialmente quello del Cristo in croce, e la scritta dice, con le parole di Gal 2,20 in latino: «Sono stato crocifisso con Cristo». Dopo otto anni di formazione, corsi sulla dimensione battesimale del ministero, sui rischi della lettura spiritualizzata del ruolo e del costo della figura eroicizzata del prete, il mio collega conclude: «Dal punto di vista intellettuale ne è convinto; alla prima occasione però ecco che cosa emerge dalla sua immaginazione di sé».
Prospero di Aquitania (390-463 ca.) non aveva visto lungo abbastanza. Come dimostrava Paul De Clerck nel suo noto e magistrale articolo del 19781, il sin troppo usato adagio Ut legem credendi lex statuat supplicandi (“Che la norma del pregare determini la norma del credere”), nei testi del monaco antipelagiano non significava affatto quanto spesso gli è attribuito. Non è perché diciamo qualcosa nella liturgia che la chiesa crede quello che prega. Prospero, al contrario, affermava che la nostra fede nella grazia è evidente proprio perché preghiamo, e i nostri riti sono risonanza della parola di Dio. Ecco, oggi potremmo aggiungere che c’è però una legge nell’immaginario umano che agisce in modo ugualmente fondamentale nei comportamenti dei credenti, ben al di là di quanto mettiamo a fuoco, anche quando essi risuonano della Parola nella preghiera comune. Il giovanissimo ordinato, teologicamente assai preparato, scegliendo la sua immaginetta, ha espresso il suo diritto alla complessità. Sappiamo bene che l’immaginazione non si modifica per formazione intellettuale solamente, ma ha un rapporto straordinariamente complesso con un patrimonio fatto di vissuti, di esperienze personali o culturali, di piccoli e grandi rovesciamenti di stile rispetto alla generazione precedente. A questo patrimonio che nessuno sceglie, la sociologia ha già dato un nome. Erving Goffman nel 1959 ha descritto la vita quotidiana come una messa in scena: nessuno di noi si presenta agli altri partendo da zero, attingiamo a un repertorio di facciate, ruoli e copioni che non abbiamo inventato e che troviamo già disponibili, nostro malgrado2. Nostro malgrado, ma non senza di noi: questa potenza vale a patto che gli attori che noi siamo e il pubblico che noi stessi (di nuovo) costituiamo condividano il patto simbolico di reggere il gioco. Dove non c’è intesa implicita, dove emergono conflitti di immaginazione, la scena resta muta. Ma da dove venga questo repertorio di facciate e quanto sia modificabile, è la vera domanda. Chissà che cosa direbbe Goffman della nostra era digitale, in cui tutto – dai regimi al turismo – è rapidamente influenzato e massificato. La liturgia non si sottrae a questa logica: essa dà a vedere molto più di quanto intenda mostrare3. Il rito è molto più del libro rituale o della volontà di chi lo mette in azione. Chi tiene apparentemente in mano le fila della celebrazione entra poi nella liturgia perdendole, data la natura strutturalmente simbolica del rito: c’è un’alterità imprevedibile che è lo spazio giocoso del trascendente, in cui però anche chi accede influisce profondamente con il suo immaginario. Dal punto di vista rituale, è impossibile essere spettatori in una liturgia: il principio di indeterminazione di Heisenberg vale non solo in fisica quantistica, ma anche in liturgia, in cui persino la passività o l’osservare da lontano cambiano profondamente la natura dell’atto. Per questo i riti mutano anche quando i libri rituali restano identici. Il tema non ci coglie impreparati, dunque. Attorno a “liturgia e immaginazione” esiste una letteratura già significativa, che va dalla teologia politica – con l’eucaristia riletta come atto di immaginazione capace di generare o contestare il corpo pubblico4 –, fino alla teologia fondamentale5 che ha reintegrato l’immaginazione tra le condizioni dell’atto di credere. Manca però quasi del tutto il passo che questo originale numero di Rivista di Pastorale Liturgica prova a compiere: interrogare gli immaginari, quel deposito condiviso, ereditato e mutevole che costituisce l’altro capo dell’accostamento simbolico. La natura (anche rituale) ha paura del vuoto: quando un immaginario si ritira, un altro ne prende il posto immediatamente. Proviamo a comprendere come i riti stanno mutando a partire dalla loro parte invisibile.