Emmanuel Lévinas (1905-1995) è considerato il massimo filosofo dell'etica del Novecento. Anche se non si è mai occupato direttamente di pedagogia, la sua opera, incentrata anzitutto sul volto dell'altro e sulla critica del narcisismo della filosofia occidentale, offre una nuova chiave di lettura pedagogica: l'alterità come paradigma per l'educazione del futuro. Al di là dell'egocentrismo e dell'eurocentrismo abbiamo bisogno di una visione capace di rinnovare l'umanesimo del sogetto. L'educazione all'ascolto, l'etica del limite e della responsabilità, la verità nomade (Abramo contro Ulisse)... sono tanti motivi stimolanti per tutti.Solo un percorso di autodecostruzione consente la ricostruzione di un io ospitale, aperto all'altro "che mi fa visita".Come scrive Emilio Baccarini nella prefazione «la pedagogia del volto diventa, nell'oggi della complessità e della molteplicità dei volti diversi che quotidianamente si incontrano, la sfida urgente di formare persone che siano veramente in grado di incontrarsi e di guardarsi, consapevoli che l'altro lo riguarda». A tal punto, e così da vicino, da rispondere: "Eccomi".
INTRODUZIONE
di Emilio Baccarini
Educare dopo Levinas: nel sottotitolo del libro Stefano Curci sottolinea la ferma intenzione di trovare nel grande filosofo francese il perno di ispirazione per un progetto pedagogico globale. Levinas non ha tematizzato nei suoi scritti, se non in maniera occasionale, la questione pedagogica e, tuttavia, la sua opera può diventarne il fondamento, e di ciò è giustamente convinto l'autore. Il progetto levinasiano è stato quello di dire l'"altrimenti che essere" che, sconvolgendo i piani di riferimento abituali del pensiero occidentale, ha fatto spazio a una nuova dicibilità dell'umano. Proprio in questo sta il grande merito del filosofo ebreo francese. Infatti, se non è possibile una pedagogia se non sulla base di una visione antropologica, egli ha fornito non questa visione, poiché rifiuta di considerarla tale in quanto si permarrebbe ancora nel teoretico, ma certamente una nuova ottica con cui guardare all'uomo. E quest'ottica è l'etica, da lui considerata come filosofia prima. L'etica sostituisce l'ontologia ormai non più fondamentale e apre una nuova prospettiva metafisica al di fuori dei piani dell'ontoteologia.
Il volto nella forza debole della sua nudità è la visitazione che sconvolge gli abituali riferimenti di senso, l'imperativo che costringe a uscire da sé e a collocarsi sulla traccia dell'infinito in cui esso riposa. Il volto è la metafisica. In un passaggio dell'intervista filosofica che è Etica e infinito, Levinas scrive: "Il volto è significazione, e significazione senza contesto. Voglio dire che Altri, nella rettitudine del suo volto, non è un personaggio in un contesto [...] E ogni significazione, nel senso usuale del termine, è relativa a un contesto; il senso di qualcosa sta nella relazione a qualcos'altro. Qui, invece, il volto è senso soltanto per sé. Tu, sei tu. In questo senso si può dire che il volto non è 'visto'. Esso è ciò che non può divenire un contenuto afferrabile dal pensiero; è l'incontenibile, ti conduce al di là. È in questo senso che la significazione del volto lo fa uscire dall'essere come correlativo di un sapere. La visione, al contrario, è ricerca di adeguazione; essa è ciò che per eccellenza assorbe l'essere. Ma la relazione è immediatamente etica. Il volto è ciò che non si può uccidere: o, almeno, ciò il cui senso consiste nel dire: 'tu non ucciderai".
In questo passo sono formulati alcuni importanti principi per una possibile pedagogia del volto. Vale però la pena, in via preliminare una posizione sulla stessa felice espressione "pedagogia del volto" che dà il titolo di questo libro e che è meno innocente di quanto si possa a prima vista pensare. Che cosa potrà, infatti, significare educare al volto'? Apprendere e insegnare a guardare "altrimenti" il volto significa in prima istanza intendere e insegnare una logica della gratuità. Ciascuno è ciò che è per se stesso, è una pienezza di senso, un assoluto che mi convoca alla responsabilità. Il volto non è il ruolo che si svolge sulla scena del mondo, il personaggio significativo nel/per il suo contesto; l'altrove da cui proviene significa che "deriva dall'assolutamente Assente. Ma la sua relazione con l' assolutamente Assente da cui proviene non indica, non rivela questo Assente; e, tuttavia, l'Assente ha un significato nel volto. [.. .] Una tale significatività è la significatività della traccia. L'al di là da cui proviene il volto significa in quanto traccia. Il volto è nella traccia dell'Assente assolutamente dileguato".
Insegnare a guardare altrimenti il volto significherà allora insegnare a lasciarsi provocare dal volto, dai volti, per diventare capaci di uscire da sé e lasciarsi condurre al di là di se stessi. La pedagogia del volto è la sfida a ripensare in maniera radicale la soggettività non più nella staticità dell'essere se stessa e del riposare in se stessa, bensì come struttura nomadica che abita sempre un altrove che non è mai il "qui e ora". Il volto "ti conduce al di là". Questa espressione, che abbiamo letto precedentemente, inaugura una soggettività esodica, cioè costantemente sollecitata a uscire da se stessa per percorrere le vie del mondo, per riprendere una forma espressiva cara a Franz Rosenzweig. La pedagogia del volto diventa, nell'oggi della complessità e della molteplicità dei volti diversi che quotidianamente si incontrano, la sfida urgente di formare persone che siano veramente in grado di incontrarsi e di guardarsi consapevoli che l'altro le "riguarda".
Esodo e nomadismo non sono un invito a formare personalità aliena-, te, piuttosto intendono sostituire al modello del viaggio e dell'identità esemplificato da Ulisse, come ritorno a casa e quindi ritorno presso di sé, quello di Abramo, l'uomo che si è messo in viaggio verso un altrove che gli permette di ridefinire la sua stessa identità. Attraversare le differenze secondo la prima modalità significa non vederle realmente; al contrarie),
nella seconda, la differenza si abita per sempre. L'identità è la differenza. Soltanto se si diventa veramente estranei a se stessi si è in grado di vedere l'estraneo, lo straniero, il differente. Le conseguenze di questa nuova modalità di pensare l'identità sono sconvolgenti, perché sono mutazioni di carattere genetico. L'identità statica spazializza il tempo e la vita diventa un viaggio di ritorno; l'identità dinamica temporalizza lo spazio e l'abitare è sempre caratterizzato dalla provvisorietà dell'imminente che sopraggiunge. Sradicamento? Assolutamente no, piuttosto una forma di abitare non stanziale perché ciò che veramente importa è il qui che si protende verso il futuro, un tempo che porterà dentro di sé tutto lo spessore della mia capacità di rispondere. Una pedagogia del volto deve farsi carico di queste sfide e trasformarsi in responsabilità, altrimenti resta vuota retorica, ancora più pericolosa perché anche accattivante. Questa è la difficoltà e questa è anche la difficoltà della pagina levinasiana che Curci ci invita a percorrere con passione e competenza.
ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO
1. La formazione del pensiero di Levinas
a) Tra Husserl e Heidegger...
Nel 1928 il giovane studente Levinas decide di spostarsi da Strasburgo alla vicina Friburgo per seguire due semestri dell'insegnamento di Husserl, ormai prossimo alla pensione. Nell'inverno dello stesso anno, Levinas si iscrive ai seminari tenuti da Heidegger, allora appena tornato a Friburgo proprio per sostituire Husserl. Per Levinas si tratta di un momento decisivo, in cui non solo può approfondire il capolavoro di Heidegger, Essere e tempo, uscito appena l'anno prima, ma anche partecipare, con i suoi colleghi studenti, alle discussioni sul rapporto tra i due grandi filosofi tedeschi.
Levinas rimane particolarmente colpito dal metodo fenomenologico, che gli permette di occuparsi di filosofia senza rinchiudersi in "un sistema di dogmi" né andare avanti "per intuizioni caotiche". Perciò è ben felice di cogliere al volo la possibilità di frequentare la casa di Husserl, invitato dalla moglie del filosofo desiderosa di perfezionare la sua conoscenza del francese (ma anche di aiutare economicamente lo studente).
Ancora maggiore fu l'entusiasmo di Levinas per il modo in cui Heidegger praticava la fenomenologia in Essere e tempo, in particolare per il suo modo di trattare il problema dell'essere.
Rientrato a Strasburgo, Levinas si dedica alla sua tesi di dottorato, sostenuta nel 1930 con il titolo La teoria dell'intuizione nella fenomenologia di Husserl, la prima opera complessiva sul pensiero husserliano pubblicata in Francia, che gli vale una certa notorietà e il merito, riconosciuto, tra gli altri, da Sartre e Ricoeur, di aver fondato gli studi husserliani nella cultura francese. Negli anni seguenti, la speculazione levinasiana è ancora occupata dall'approfondimento dei due pensatori tedeschi, come testimoniano la traduzione, realizzata con G. Peiffer, delle Meditazioni