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La voce dei clienti - Libri

Tutti i commenti per «Libri» (da 25831 a 25845 di 27334)


Prof. Luisa Sentieri, sentieriluisa@ymail.com il 2 novembre 2010 alle 15:14 ha scritto:

E' significativo poter sperimentare un miracolo tale nel momento dell'Eucaristia, quando nel mondo di sangue versati ce ne sono a iosa ma non se ne parla mai. I martiri ci sono anche oggi. Ricordo a Ferrara il miracolo eucaristico che previde la fuoriuscita del sangue nel momento della consacrazione e ancora oggi questi spruzzi di sangue si vedono nel soffitto. Quel che sarebbe bello è partecipare con le classi del catechismo a questi santuari per partecipare alla Vera vita che ci appartiene. La vita è un eterno miracolo. Bisogna coglierli.


marialaura cacace il 2 novembre 2010 alle 15:04 ha scritto:

è da sempre l'unico calendario in casa dei miei genitori e poi dopo nellamia.Grazie!!!

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Prof. Maria Rosaria Vissicchio il 1 novembre 2010 alle 21:50 ha scritto:

Lo sport va a Loreto è un documento che aiuta a farci capire quanto sia importante lo sport ma questa disciplina si avvicina anche alla Religione poichè bisogna rispettare le regole. E'importante insegnare ai bambini a rispettarlo. Questo testo mi è servito per la mia tesi.


mirella vega de carmine il 30 ottobre 2010 alle 12:47 ha scritto:

E' il primo libro di catechismo per l'iniziazione cristiana ed è un utile strumento per i neogenitori che vogliono educare i figli alla fede cristiana. Offre molti spunti di preghiera che i genitori possono fare con i bambini, delle storie da raccontare loro e da imparare come genitori cristiani come la vita dei santi.

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mirella vega de carmine il 30 ottobre 2010 alle 12:41 ha scritto:

questo quaderno formativo per i ragazzi adolescenti è molto carino perchè parla loro attraverso situazioni vissute da coetanei immedesimandosi nei loro comportamenti. La storia continua con gli stessi personaggi, li fa appassionare a loro preferendo quello che più si avvicina ai loro comportamenti. Inoltre analizza passi della Bibbia cercando di far vivere loro tali situazioni e commentarle in prima persona.


Giuseppe Davide Mirabella, giusemira@gmail.com il 29 ottobre 2010 alle 18:07 ha scritto:

Neuro-mania è un libro per tutti, ovvero un testo per l’uomo che si pone domande circa la pervasività delle discipline «neuro» nei media (tg, giornali, web), un’introduzione al posticcio e malriuscito quanto gettonato «scavalcare» la mente, oggetto di studio (proprio) della psicologia – posto che non si escludono l’anima e la coscienza, indagate per secoli dalla religione e dalla filosofia; infine un libro per specialisti della mente (psicologi, psichiatri) che, già addentro al problema dell’uso delle neuroimmagini, vogliono tenere tra le mani e leggere un pamphlet neanche tanto polemico ma decisamente infarcito di buon senso. Inoltre esso è un ragguardevole e pionieristico guanto di sfida lanciato a neuroeconomisti, neuroteologi, e via discorrendo.
L’opera consta di una premessa critica alla questione dell’uso strumentale che fa certa stampa divulgativa della tecnologia di neuroimmagine (diciamo delle TAC sofisticate) per mostrare che, ad esempio, l’innamoramento è «biologicamente determinato». Altro problema sollevato consiste nel pensare al cervello come al tutto con ricadute culturali e politiche dovute ad un sotteso “antropocentrismo cerebrale”, se così si può dire, a dispetto di un passato recente che vedeva «nei fatti del mondo l’esito di un processo di costruzione» della realtà.
Alla premessa segue il primo capitolo che cerca di elencare rapidamente le varie concezioni di studio del funzionamento del cervello, a partire dalla scoperta nel 1861 del neurologo francese Paul Broca della scomponibilità in aree della corteccia cerebrale e dell’indipendenza tra esse, al ridimensionamento teorico con l’approccio olistico della Gestalt in cui il cervello non è più organizzato in moduli indipendenti ma è «equipotenziale» per poi ritornare all’approccio modulare delle tecniche di neuroimmagine fino alla scoperta dei neuroni specchio.
Il secondo capitolo mette in guardia da un indiscriminato e non scientifico utilizzo delle neuroimmagini, che parrebbe di moda, ma che in realtà cela un biologismo riduzionista, «un fascino pericoloso delle spiegazioni neuroscientifiche», le quali non tengono conto di altri fattori, sociali, economici, culturali, politici, finanche teologici, che diventano, in un circuito vizioso, neurosociali, neuroeconomici, insomma la soluzione diventa il problema.
La conclusione, tutt’altro che scontata, manifesta alcune preoccupazioni dei due autori, Paolo Legrenzi, docente di Psicologia cognitiva presso l’Università di Venezia e Carlo Umiltà, docente di Neuropsicologia a Padova: la «visibilità» del passaggio neurone-psiche è, purtroppo, usata per «imbastire» seducenti racconti, come l’innamoramento biodeterminato, che sarebbe pericoloso liquidare come una moda passeggera; aggiungere il prefisso «neuro» alle più disparate discipline non è sinonimo di scientificità ma un modo per convincere gli inesperti; questa “operazione neuro”, chiamiamola così, non è altro che una parte di un tutto che caratterizza la contemporaneità post-moderna e post-ideologica e che nel caso specifico chiameremo “organicista” in quanto vi è uno spostarsi verso un anticomportamentismo individualista deciso dall’alto e inscritto in un disegno più ampio, che inverte i passi sulla strada che va dalla mente al cervello e quindi al corpo, trascurando gli aspetti culturali e se preferite «socialmente costruiti».
Tutto ciò è l’avanguardia di una innaturale definizione di che cosa sia il nostro corpo e di come esso funziona, definizioni dipendenti dalle preferenze di un’autorità (Chiesa, Stato, Scienza). L’“operazione neuro” è per i due autori un semplice contrabbando sotto queste nuove etichette neuroscientifiche di conoscenze già cumulate da una scienza consolidata (e non provvisoria) quale è la psicologia. I quesiti non finiscono con la lettura di Neuro-mania, piuttosto aumentano e interpellano le coscienze (e le menti) di tutti. E poi, credo, ci si innamora – anche – col “cuore”.

Messale quotidiano
Libro

Don Giovanni Natoli il 29 ottobre 2010 alle 11:06 ha scritto:

ottimo

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Don Giovanni Natoli il 29 ottobre 2010 alle 11:06 ha scritto:

buono

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Don Giovanni Natoli il 29 ottobre 2010 alle 11:06 ha scritto:

bello

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Don Giovanni Natoli il 29 ottobre 2010 alle 11:05 ha scritto:

ottimo


Don Giovanni Natoli il 29 ottobre 2010 alle 11:05 ha scritto:

soddisfacente


Don Giovanni Natoli il 29 ottobre 2010 alle 11:05 ha scritto:

bello


Don Giovanni Natoli il 29 ottobre 2010 alle 11:05 ha scritto:

buono


Giuseppe Davide Mirabella, giusemira@gmail.com il 29 ottobre 2010 alle 09:28 ha scritto:

I campi del sapere non sono sempre paludate discipline contenute in tomi pesanti e facili da odiare. L’autore, esperto di semiotica e fautore di ricerche serie e documentate sul fenomeno musicale novecentesco e oltre, si cimenta con la musica, suoni e parole, di Francesco De Gregori, con la peculiarità di rintracciare “l’immaginario biblico-cristiano” nel lavoro del cantautore romano, sulla scena dal ’72 del secolo scorso, ed ancor prima agitatore culturale del mitico locale romano Folkstudio. Lavoro, quello di Jachia, non catalogabile ed originale, frutto di una scommessa della casa editrice Àncora che ha avviato una collana, “Maestri di frontiera”, dove la musica, che assume veste di vera poesia, e il Cristianesimo esplicito o meno (o almeno la ricerca di “Altro”) di certi testi come quelli di De André, Battiato, Gaber, Baglioni, addirittura Vasco Rossi, diventano la traccia anomala e divertente del libro.
Il saggio, sinceramente di non facile lettura, data una aneddotica da esperti e un linguaggio a volte tecnico, si dipana in una breve Premessa dove si pongono i presupposti al lavoro di De Gregori (che non ha mai accettato suo malgrado di essere un opinion leader, data anche la sua vita schiva) influenzato dal De André sperimentatore e da Bob Dylan, icona di comunanze di substrato culturale e religioso. Avanguardie non solo musicali quelle che hanno ispirato De Gregori (uno per tutti, lo scrittore James Joyce), ma anche un Battiato, ritenuto, quasi fosse una maledizione da certa critica, troppo “pop”. Su questa linea di ricerca si vanno a scoprire un gruppo rivelazione, veri traghettatori postmoderni, primizia della musica indipendente italiana, i Baustelle. Jachia, però, nota come la musica, anche e soprattutto d’autore, è vittima di un pregiudizio che la declassa da arte a canzonetta – le cose però sono cambiate, Dario Fo premio Nobel e Dylan candidato al Nobel. L’autore rileva “una staffetta davvero entusiasmante” che rende la novità velocemente passata: tutto ciò è l’esito di una de-ideologizzazione della società italiana, vittima di declino morale in un cui le categorie non si chiamano più destra e sinistra ma etica e cinismo.
De Gregori non fa un’arte facile, ripudia il marketing, stravolge i concerti: si direbbe che egli incarna il folksinger anti-sistema, come lo stesso Dylan, oppure De André. De Gregori appunto sublima in chiave italiana Dylan con una cura minuziosa dell’aspetto “lirico-letterario” con accenti visionari, pieni di tensione etica e storico-politica. Egli, tout court, è il cantante della Resistenza – passata (basti ricordare la canzone Il cuoco di Salò) ed odierna (un verso per tutti: «l’ultimo rifugio dei vigliacchi/la comunicazione»).
Su questa sottotraccia resistenziale (in altri registri) si collocano i giovani Baustelle, fortemente teocentrici ma atei, non fideistici e naturalmente religiosi, irrazionali con metodo, si potrebbe dire.
Il testo prosegue con una Introduzione in cui i due grandi filoni di lavoro sono quello lirico-fantastico e quello etico-poltico della canzone di De Gregori. La Prima Parte delinea la figura di De Gregori, prendendo le mosse da un precedente lavoro del ’98. Si ribadisce la cifra stilistica del cantautore dedito a proverbiali mischiamenti tra fantasia ed etica. Jachia, appassionato musicologo, rintraccia quel “Vangelo popolare” che contraddistingue, non solo la produzione artistica del protagonista del libro, ma ache quella di De André e Lucio Dalla.
De Gregori fa musica che «arriva al cuore e alla mente dell’uomo», nonostante una “programmatica difficoltà comprensiva” dei testi. Presente anche la connotazione storica: De Gregori cantore della Resistenza (intesa magistralmente da Erri De Luca come “Guerra civile a bassa intensità), di tutte le Resistenze. Resistenziale e dalla parte degli ultimi, “piccoli fiammiferai”. L’opera del cantautore di distingue per una tensione etico-storico-politica e una più morbida tendenza affabulatoria o meglio fantastica.
Riferimenti fissi e inattaccabili del folksinger, Bob Dylan e Fabrizio De André. Ottime le traduzioni di De Gregori di alcuni testi del menestrello Dylan, traslato nella lingua e nel vissuto italiano, e le collaborazioni col “Faber”.
De Gregori non ha mai nascosto la sua fede politica, comunista, di sinistra, che però non è mai stata un impedimento per utilizzare in modo convincente e rispettoso “l’immaginario cristiano”: si ascoltino L’Agnello di Dio (’96), Cercando un altro Egitto (’74) oppure Bambini venite parvulos dell”89.
A pag 39 e seguenti, si trovano tutte le citazioni o suggestioni derivate da quel “Vangelo popolare” (e di certo apocrifo) di cui già si è accennato. Vangelo popolare, quindi, ma anche tematiche religiose attualizzate: Hitler diventa Erode, “i bambini sono tutti a volare” (Cercando un altro Egitto).
Il credere in Dio di De Gregori artista e uomo è naturalmente personalissimo. Questo Dio personale è causa di ispirazioni feconde ed esplicite: si pensi, per un testo, ad un Giobbe contemporaneo, «faccio a pugni con te» (te-Dio); e non è un caso che certa teologia, riprendendo forse la teologia paolina del combattimento spirituale, ha cominciato a scrivere e predicare una lotta “corpo a corpo” con Dio, come relazione mistica tutta da esplorare (Un corpo a corpo con Dio. Lotta e contemplazione, di S. Salvoldi, 2009 EMP, pp. 144, presente nelle segnalazioni de La Civiltà Cattolica).
Nel Terzo Capitolo De Gregori viene considerato artista nel senso alto del termine, col suo amore e la sua ammirazione per James Joyce, Pasolini, Gozzano poeta, i crepuscolari, ma anche il Guccini (e non è una forzatura) cantautore, artista, opinion leader. Ritornando al Vangelo di De Gregori, esso è quello del limitare, del margine, del Gesù “folle” per i suoi familiari, e della religiosità popolare: “Santa Lucia/ per tutti quelli che hanno gli occhi/ e un cuore che non basta agli occhi.”
Abbiamo tracciato un profilo dell’artista nella Prima Parte fin ad ora esaminata, ma è nella Seconda Parte che si entra nell’originalità di questo studio per niente scontato dal titolo indicatore della tracce cristiane di De Gregori: “Il Vangelo sinottico e apocrifo di De Gregori. Trenta canzoni (circa) montate e commentate.” Qualche detrattore o qualunquista potrà criticare la scelta di Jachia di scrivere seriamente su frontiere delicate, denunciando una forzatura bella e buona (e non nascondo che anche lo scrivente stava per cadere in questo tranello), ma il lavoro semiotico e di studio dei segni e parole del folksinger è imponente e, ripeto, trascinante. Appunto le canzoni diventano il testo di un filo rosso che collega vangeli apocrifi e buone novelle, passando per la fuga in Egitto e la condanna di Gesù, fino alla critica dell’ipocrisia delle “maschere di Dio” e i “veri/falsi Cristi”. Quasi ogni canzone (trenta circa) è seguita da un testo critico ed esegetico, se così si può dire, come per la più significativa, L’Agnello di Dio, dove si accumulano citazioni, misticismo ed atroce ironia. Lo stesso De Gregori è portato a dire: «La canzone accomuna vittime e carnefici… Gesù patì non in compagnia di santuomini, ma di due ladroni che portò con sé in Paradiso. Al posto dei ladroni, in questa canzone ci sono puttane, spacciatori, il soldato che decapita il nemico. Non è certo una canzone pacificatoria [...]» (pag. 94).
C’è posto anche per “le passioni vegetali” (De Martino) col chicco di grano e i simboli “mitici”, come pure per le preghiere “sacro-profane” (ironicamente il cantautore dice: “si può dire che faccio canzoni commissionate dal Papa”, riferendosi a Santa Lucia del ’76). Quando parleremo della band dei Baustelle questo nodo ritornerà.
La Seconda Parte si conclude con due post-scriptum: prenderò in esame il secondo. De Gregori traduttore è stato capace di importare dai mitici Settanta di Woodstock e Berkeley, una cifra stilistica e contenutistica molto “anti-sistema”, propria del movimento della contestazione sorta negli Stati Uniti. Bob Dylan diventa l’idealtipo della musica di De Gregori, anche se il folksinger non ebbe le conseguenze sgadevoli del “Faber” anarco-contestatore spiato dai servizi (si veda Rock & servizi segreti. Musicisti sotto tiro: Da Pete Seeger a Jimi Hendrix a Fabrizio De André, di Mimmo Franzinelli, 2010 Bollati Boringhieri, pp.265).
La Terza Parte è la più succosa e meno specialistica; diciamo, più giovane. Il tema è: “Baustelle (band toscana, ndr) , relitti da un immaginario cristiano”?
Si comincia con la presentazione della band Baustelle (in tedesco cantiere), con sede nel Senese, Ripercorrendo le tappe di un successo certamente underground all’inzio e poi sfociato in fenomeno di massa.
I riferimenti al cristianesimo sono tanti, opportuni, originali, il sound è decisamente innovativo e poliedrico. Successi come Charlie fa surf o Il liberismo ha i giorni contati oppure Andarsene così («Sarebbe splendido. Amare veramente. Riuscire a farcela. E non pentirsi mai. Non è impossibile pensare un altro mondo. Durante notti di paura e di dolore. Assomigliare a lucertole nel sole. Amare come Dio. Usarne le parole. Sarebbe comodo andarsene per sempre. Sarebbe comodo. Andarsene per sempre. Andarsene così»), fanno della band toscana un fenomeno che non si ferma al semplice segno ma va oltre producendo stili, tendenze, consapevolezze.
Avanguardisti come non mai, il front-man Francesco Bianconi e gli altri hanno introdotto dapprima nella musica indipendente e poi con etichette discografiche certamente di grande prestigio ma compromettenti – molti i fan integralisti, si vada su Youtube e si leggano i commenti – , le “grandi domande” e le “questioni ultime (Dio, il bene, il male…). Il libro ha perso l’occasione di passare allo scandaglio l’ultimo album (I mistici dell’Occidente) per motivi temporali: si pensi soltanto che una canzone è dedicata a/ è intitolata San Francesco, e l’augurio che si fanno è che “ci salveremo disprezzando la realtà” (I mistici dell’Occidente). Non sono solo canzonette!


Giuseppe Davide Mirabella, giusemira@gmail.com il 29 ottobre 2010 alle 09:25 ha scritto:

Scorrendo l’ampio curriculum dell’Autore di questo agile volumetto, posto alla fine del libro, si rimane impressionati dai tanti incarichi di responsabilità in campo finanziario e accademico (non ultima la co-fondazione della Libera Università Carlo Cattaneo di Varese); la sua sensibilità unita alle capacità dirigenziali lo hanno condotto alla nomina di Commissario Unico per gli aiuti umanitari in Kosovo (Missione Arcobaleno) e ad istituire un fondo di microcredito con il Nobel M. Yunus. Cattolico, è studioso di Dottrina Sociale della Chiesa; le sue attività sono molteplici (da ricordare la partecipazione al Consiglio della Fondazione FAI) e le pubblicazioni su temi economici all’attivo sono svariate.
Il libro di Marco Vitale, originalissimo per quanto intimo, contiene quadri di vita vissuta, episodi, storie, che hanno spinto l’Autore a dire che sì, gli angeli esistono, anche nelle forme di “uomini e donne in carne e ossa, concrete, ordinarie”.Il testo si inserisce in un contesto tutto da delineare: teologia in chiave personale per neofiti?, oppure, libro biografico?, pamphlet per tutti coloro che credono ancora in un mercato con un’anima e un volto? Esso è un po’ tutto questo, dove il lemma più importante e presente è “stare con”, con i sofferenti, i disperati, i soli e dimenticati. Una critica: l’aneddotica è per introdotti in certa letteratura della buona borghesia cattolica del Nord, fin troppo circostanziata e forse un taglio più cosmopolita avrebbe conferito al libro più importanza e rilevanza: insomma l’Autore, bresciano di nascita, ha fin troppo Milano nel cuore! Ma chi gliene può fare un torto?!
Lo scopo del libro, più o meno dichiarato è che l’angelologia, seppur esistente come scienza teologica, non può non notare come uomini e donne in carne ed ossa possano comportarsi come angeli, messaggeri, ausiliari delle nostre umane difficoltà e dimostrare che l’architrave di tutto si trova in quello “stare con” e andare “oltre” trovando la forza nella soggettività interiore. “Gli angeli tratteggiati dall’Autore colgono l’essenziale, rifiutano i formalismi, trasformano le minacce in opportunità, le preoccupazioni in contesti sereni, le fragilità in energia benefica” (dalla Prefazione di Angelo Ferro, Presidente dell’Unione Cristiana degli Imprenditori e dei Dirigenti).
L’incipit del libro parla chiaro e definisce un contesto, quello cristiano: “Da molti anni ormai mi sono convinto che gli angeli esistono”. E poi l’Autore chiarisce che, prendendo le mosse da un articolo di «The Economist» del 20 dicembre 2008 dal titolo “Angeli. Gli angeli sono notevoli per il loro sconfinare nel mondo moderno” (traduzione del recensore), in cui si tratteggiavano figure di perfetti sconosciuti che nell’agitarsi del mondo moderno “Fanno il loro lavoro e portano con sé abbastanza denaro per aiutare uno straniero a uscire dai guai. Poi spariscono.”, egli fu spinto a una seria documentazione sull’argomento scomodando Tommaso d’Aquino e il francescano Francesco Eiximenis; tentando di tratteggiare Gli angeli nella città. Scrive l’Autore, “La mia riflessione sull’esistenza degli angeli nasce dalla semplice osservazione di quante persone cattive, corrotte, amorali, distruttrici, incapaci ed idiote mi capita di incontrare ogni giorno, e della connessa, spontanea domanda: ma come è possibile che, nonostante tanto male, il mondo vada avanti e, talora, anche abbastanza bene? (corsivo mio, pag. 20).
Il libro non ha capitoli, ma quadri di intensa vita vissuta, intervallati da illustrazioni molto delicate e consonanti (di Sonia Maria Luce Possentini): essi cominciano con lo stupore dell’Autore che indica alcuni passi biblici, come quello paolino che invita all’ospitalità (Eb 13,2), per poi dispiegarsi in una serie ben scandita di racconti, aneddoti, vite esemplari che hanno intersecato la vita di colui che, con le sue ferme convinzioni nel cuore, si accorge sempre più che esistono anche angeli in carne ed ossa.
Come quando, nel primo quadro (L’angelo della dogana), nel caos di una dogana pachistana nell’“88, dove erano depositati materiali per una spedizione alpinistica (Vitale è un discreto scalatore), tra l’indifferenza e la noncuranza di svariati addetti, si presentò un uomo bianco vestito e con ampio sorriso che risolse le pratiche velocemente e, in luoghi dove la corruzione è talvolta la regola, emettendo una regolare fattura di dieci dollari.
L’altro angelo (L’angelo del lavoro) era Pietro Peli (1892-1972), instancabile contadino reduce da Libia e Grande Guerra, figura “fondamentale” nella crescita di Marco Vitale bambino. Il racconto si intreccia con gli anni della Resistenza, il cui padre dell’Autore partecipò, affidando il figlio e i suoi giovani compagni alle cure dell’“Arabo” (nomignolo dovuto alla Campagna di Libia) Piero, burbero, saggio e laborioso. “L’era ‘n poeta” la gente mormorava al funerale. Ma il Vitale adulto si ricordò tardi e a malincuore di quell’uomo che lo sgridava quando giocando correva sulla terra arata, rendendo duro e arido il terreno, “antieconomico” scoprirà più tardi. Scrive l’Autore: “Quei maledetti dieci anni in cui non si pensa a nulla se non al lavoro!” Piero l’“Arabo”, ammalato di tumore ritrova l’ormai maturo Marco e fu “al suo letto al momento del sereno distacco”. “Il sentiero dei giusti è come luce che spunta e va via via più risplendendo, finché sia giorno pieno” (Pr 4,18).
Un altro angelo ancora (L’angelo del corridoio) era un anziano ed anonimo signore che in camice bianco e affabile sorriso “metteva ordine nei movimenti dei visitatori” di un corridoio del Policlinico di Milano, guidandoli, consigliandoli, aiutandoli, con “modi da vecchio gentiluomo”, tutto questo volontariamente e gratuitamente. Il racconto di questa piccola opera di volontariato permette all’Autore di parlare in modo smaliziato di malasanità, di meriti e demeriti e, indovinate un po’?, di “demoni, [che] grazie alla politica, dominano di solito i piani alti, dove si comanda e gira il denaro”.
Altra storia, stavolta drammatica ed eroica, è quella di Annalori Gorla Ambrosoli (L’angelo della sofferenza), colpita giovanissima dal lutto dell’adorato fratello, ufficiale di Marina, caduto in una regata, e poi dall’assassinio, avvenuto nel ’79, del marito, il più noto Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Società-truffa di Giuffré, il banchiere di Dio, e rigorosissimo osservatore dei movimenti finanziari di Sindona. Incarico scottante in una Italia che qualcuno chiamerà dei misteri, che lo porta alla morte da eroe borghese e rafforza sempre di più l’angelica moglie Annalori, donna paziente, silenziosa, di alta dignità: “Ci sono dei morti che non muoiono mai. Uno di questi è Giorgio Ambrosoli: per Annalori, e non solo per lei. Passano gli anni, passano i decenni, i figli crescono, si sposano, fanno figli, ma Giorgio è sempre al fianco di Annalori: vivo, presente, autentico come allora”. Annalori, secondo l’Autore “É un Giobbe al femminile; ma a differenza di Giobbe, non si è mai lamentata. Ed ogni sventura, invece di indebolirla, la faceva crescere in fortezza e generosità”. L’ultimo colpo è la morte del figlio Filippo. Marco Vitale stavolta ha sentito e si è unito al pianto di Annalori, dopo tutte queste prove affrontate con estrema forza: “agli angeli è concesso piangere”.
Segue al racconto biografico di Annalori Gorla Ambrosoli, quello di Rinaldo Cappella detto “Rini”, L’angelo dell’amicizia e della gioia, scomparso nel 1996 all’età di cinquantaquattro anni, lasciando un vuoto tra i suoi tanti amici, tra cui l’Autore. Il racconto è preceduto da una massima di Dietrich Bonhöffer: “Vivere con gli altri non per dovere, ma per l’abbondanza delle ragioni di vivere.” É proprio l’abbondanza di gesti, talenti, relazioni erano le caratteristiche di Rini, disegnatore e ispettore tecnico-commerciale alla FIAT, responsabile per le attività extra-didattiche dell’Università di Castellanza, ma anche amante della montagna, sportivo autentico, podista che coinvolgeva in questa disciplina lo stesso figlio dell’Autore, Luca. Per Marco Vitale “É stata una fortuna immensa conoscere un angelo dell’amicizia e della gioia”. “Io vengo da Dio e da Dio voglio tornare” (Sinfonia n. 2, Gustav Mahler, Resurrezione), era parte del messaggio comune tra amici per gli auguri del Natale del ’95. Profetica!
Gli angeli della speranza: don Gino Rigoldi, don Antonio Loffredo, don Luigi Ciotti. Milano, Napoli, Torino e non solo, problemi diversi da affrontare e i tre sacerdoti lo fanno stupendamente, angelicamente.
Don Gino con la Comunità Nuova-Onlus, accoglie bambini e minori con problematiche familiari o sociali, recupera dalle tossicodipendenze, fa aggregazione giovanile, previene l’esclusione sociale.
Don Antonio, invece, pozzo di idee, si inventa la cooperativa sociale La Paranza per le visite guidate a Napoli e poi La Casa del Monacone, Bed & Breakfast a ridosso della Basilica di Santa Maria della Sanità – ma anche altre iniziative. Non a caso il cardinal Sepe lo nomina nel 2007 direttore della pastorale sociale e del lavoro dell’Arcidiocesi di Napoli e poi la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra gli affida le Catacombe di Napoli, “con il chiaro mandato di contrastare, col rilancio turistico delle Catacombe, l’atavico degrado socio-economico del Rione Sanità.”
Un altro angelo è don Luigi Ciotti, creatore della associazione Libera, impegnata nel contrasto alla Mafia e nel ricordo delle numerose vittime. L’Autore si augura “che gli angeli della speranza restino a lungo tra noi e che il loro numero aumenti.”
Come detto, l’Autore ha Milano nel cuore, infatti l’ultimo sferzante quadro porta il titolo di Gli angeli qui a Milano: ce ne è per tutti, per quelli che non hanno rilanciato la Metropoli, disapprovando, per quelli che come i City Angels, fanno ronde nonviolente da un quindicennio portando solidarietà e sicurezza, per quelli che usano movimenti ecclesiali come Comunione e Liberazione, indicato come né più, né meno un “gruppo di potere”. Non ha peli sulla lingua Marco Vitale; forse l’osservatorio milanese da cui scrive e in cui opera lo porta a guardare a quell’“oltre” per poi esaminare la coscienza e a portarsi a “stare con”: “respingiamo con vigore e senza timore – gli angeli ci aiuteranno – le ronde, i razzismi, e tutto l’armamentario neofascista e barbaro che nasce dalla Lega (cito testualmente, pag. 128, ndr) e che viene diffuso in città dai demoni, uomini e donne delle tenebre.”
Ultimo pensiero all’Enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI: “Dobbiamo assumere con realismo, fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui ci chiama lo scenario di un mondo che ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore. (…) La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità.”
Speriamo che ogni prossimo pensiero dell’Autore sia sempre il penultimo. E se fosse anch’egli un angelo?