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Bendettine del SS.Sacramento il 21 agosto 2011 alle 11:33 ha scritto:

L’articolo di padre Todisco è veramente molto bello, impegnativo e strutturato: per questo sollecita una lettura attenta, non superficiale e affrettata. La ricchezza di contenuti apre la strada a innumerevoli piste di riflessione che non è possibile esaurire nello spazio limitato di un commento…
Mi limito perciò solo a qualche considerazione su alcuni punti che più mi hanno colpito.


«È quest’apertura del finito all’Infinito il metro del nostro essere, rispetto a cui il tema della grazia, e dunque ciò che viene in maniera radicalmente gratuito da Dio, appare “naturale”, vale a dire rispondente alla nostra effettiva potenzialità. La teologia è l’inno alla grandezza dell’uomo, e questa riposta nella capacità non di fare ma di ricevere» (Pag. 52-53)

Approfondendo il pensiero di Scoto ci si imbatte nel discorso del “volontarismo”: è un termine effettivamente poco felice, non scevro da ambiguità. Trovo che l’ampio e articolato approfondimento di padre Todisco aiuti a riconciliarsi con questa parola e con quanto essa veicola. Se tutto accade non principalmente in virtù della sapienza di Dio, ma della sua volontà, allora Dio appare come un Dio capriccioso, despota che opera senza un criterio “buono”, adeguato all’uomo. Non è così! In realtà attraverso questa volontà – è importante dire proprio “attraverso”, e non “malgrado” – si realizza il dono “gratuito di Dio”, e si manifesta il suo amore. Così, ciò che appare naturale – come dice Todisco – è “rispondente alla nostra effettiva potenzialità”.
Più avanti, infatti, nel V paragrafo dell’articolo - a pag. 68 per l’esattezza -, si legge: «Essendo suprema, questa libertà non lascia spazio a interrogativi morali, se ciò che è creato possa dirsi giusto o se buono, ma non ottimo, essendo tutto segno della sua libertà, insindacata, perché suprema76. E cos’è tale libertà se non un altro nome della trascendenza divina e, da un altro punto di vista, un altro nome dell’amore divino?


«L’io non è originario. L’io è derivato, frutto dell’atto creativo e dunque di un gesto di libertà, che ha preso forma nel tempo, assimilando valori e principi, con cui si è solidificato».

Questa affermazione è molto bella ed è estremamente importante. Può essere una valida risposta all’affermazione – tanto rivoluzionaria quanto destabilizzante – di Cartesio: “cogito ergo sum”. La constatazione – così apparentemente semplice – che l’”io non è originario”, e che quindi c’è qualcosa che precede l’”io”, c’è una “datità” evidente che non può essere negata, porta necessariamente alla conclusione che l’”io” esiste solo in virtù di un “atto creativo”.Quindi “io sono”, “penso” in quanto “sono dato” da qualcuno o qualcosa che mi precede.


«Il possibile è tale, anche se Dio non esistesse» (Pag.63)

E’ interessante questa affermazione, nella sua incisività. Non a caso, parlando delle “prove dell’esistenza di Dio”, Scoto rigetta la prova ontologica di Anselmo, affermando che non ha valore probativo, ma solo persuasivo; e quella aristotelica (quella sviluppata da Averroé) del moto primo, perché è impossibile identificare il moto primo con Dio. Scoto fa piuttosto affidamento alla prova della causalità: se nel mondo vi è qualcosa di producibile non può prodursi da sé o venire dal nulla. L’affermazione in oggetto – “il possibile è tale anche se Dio non esistesse” – si pone in fondo, o almeno così mi pare – quale radicalizzazione estrema della prova della causalità.

Estremamente ricca e avvincente la riflessione finale di padre Todisco che sintetizza abilmente in una sola parola: libertà. Infati: «L’epilogo è il potenziamento della libertà creativa, che implica il privilegiamento del soggetto e la connessione tra libertà e azione in un contesto di effettiva novità, fuori del cerchio del dominio, destinato prima o poi a esprimersi nella relazione verticale di comando-obbedienza» (Pag.75).
Mi ha colpito molto la parte conclusiva – di cui ho voluto riportarne solo una frase significativa –. Per me che sono consacrata – e felice di essere tale! – è bello poter riflettere sul voto di obbedienza in termini di libertà. Forse sto andando “oltre” il discorso di Scoto e di padre Todisco, ma mi piace fare una attualizzazione delle affermazioni contenute nell’articolo; tanto più che sia Scoto che padre Todisco sono religiosi e quindi soggetti al vincolo dell’obbedienza – per quanto, credo almeno, vissuto con modalità e percorsi molto differenti …. -. Io penso che troppo spesso si parla di “obbedienza” – sia come voto che come vincolo per ogni battezzato al Magistero della Chiesa, ad esempio – in termini negativi, come un pesante fardello che ci viene addossato da personaggi loschi e cattivi – i Superiori, il Papa ecc.ecc. -. In realtà, l’esperienza dell’obbedienza – se vissuta nella sua integrità antropologica e cristologica – è un’esperienza di autentica libertà e quindi di piena realizzazione della persona, oltre che del cristiano. Qui il discorso si fa molto lungo ed esula probabilmente dal contesto, ma posso garantire che è così.


Gianni il 11 febbraio 2011 alle 13:08 ha scritto:

penso che questi racconti, che sono momenti di vita vissuta, abbianoil potere di comunicare la saggezza della vita, come dice nella postfazione Chiara M.


Prof. fabio cesario, fabio.cesario@alice.it il 29 dicembre 2010 alle 17:05 ha scritto:

la rivista e molto interessante.impostata molto bene
e chiara nella compresione e lettura